Lettera alla redazione: Ancora a proposito di burnout
Ancora a proposito di burnout
Gentile Redazione,
apprezzo da tempo la Vostra testata che, tra tante forse un po’ più conosciute, si distingue per il suo intento partecipativo e aperto all’ascolto diretto delle testimonianze vere di chi vive oggi la complessa quotidianità scolastica. Proprio in questo spirito, desidero condividere con Voi le impressioni che ho ricavato dalla lettura di un’altra lettera giunta alla Vs redazione a proposito della cosiddetta condizione di burnout degli insegnanti. Ebbene, non posso che riconoscermi nella condizione complessa e a tratti grottesca che viene descritta dalla collega; la scuola di oggi è appesantita e soggiogata da una burocrazia ipertrofica, soffocata da bizantinismi normativi che, come fa notare la collega, finiscono per comprimere addirittura le normali relazioni umane che si instaurano in qualsiasi ambiente di lavoro e ancor più in un luogo dove ogni giorno si è chiamati a relazionarsi con il variegato mondo giovanile. Tutto questo è senza ombra di dubbio fonte di forte stress per i docenti, tuttavia credo che la complicata realtà descritta nella lettera debba spingerci ad una riflessione più ampia rispetto alla sola denuncia delle cattive condizioni di lavoro. Mi chiedo: da chi è fatta la scuola oggi se non da docenti, collaboratori e studenti che quotidianamente la frequentano dandole senso e significato? Che valore possono ancora avere parole come collegialità, autonomia e quant’altro se poi si assiste soltanto ad un atteggiamento di totale remissività del corpo docente? Perché questo si limita ad adattarsi – fino ed oltre i limiti del possibile – ad una serie di regole che vengono il più delle volte riconosciute inutili e dannose? Insegno anch’io alla scuola media, in ruolo da anni, e nel tempo ho testimoniato un logoramento continuo non tanto delle condizioni di lavoro (questa è purtroppo solo una conseguenza inevitabile), quanto ad un sistema di regole sempre più “calato dall’alto” e avulso dalla vera realtà scolastica. Il corpo docente, dal canto suo, è ormai ridotto al ruolo di muta comparsa che nemmeno osa mettere in discussione ciò che da tempo mina la qualità della stessa istituzione in cui opera. Questo fenomeno si è aggravato con la complicità anche di dinamiche sociali distorte come il diffondersi del precariato sempre più sfruttato, che induce all’acquiescenza e alla rinuncia alla critica costruttiva sacrificata, questa, alla crescente condizione di bisogno che spesso paralizza le persone nelle posizioni acquisite. Gli insegnanti italiani spesso si rifugiano in un senso vago di nostalgia, aggrappandosi al ricordo del prestigio legato alla loro professione che oggi svanisce miseramente di fronte agli scarsi riconoscimenti economici e alle aggressioni – verbali e non – che si compiono nei loro confronti. Questo atteggiamento non è più sufficiente. E’ tempo di rivendicare il proprio ruolo intellettuale attraverso la partecipazione critica e costruttiva alle decisioni che riguardano la scuola. L’adeguamento prono alle politiche grottesche che si sono prodotte nelle realtà scolastiche “autonome”, spesso trasformate in feudi personali di dirigenti ambiziosi non porterà da nessuna parte ormai, se non all’aggravamento di una situazione già di per sé critica le cui conseguenze verranno “curate” con rimedi che spesso sono peggiori del male – vedasi l’ingresso ormai incontrollato di generiche figure “esperte” che promettono miracoli che poi non si compiono mai. E’ tempo di ripensare al ruolo del docente o ci ridurremo davvero a dover consultare un manuale per sapere che saluto rivolgere a un collega. Un brivido mi passa per la schiena.
Silvana Andreone Gatto