Lettera " Docente in ascolto"

Lettera " Docente in ascolto

A cura di Redazione Redazione
02 maggio 2025 13:20
Lettera " Docente in ascolto" -
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Cara redazione,

oggi voglio raccontarvi quanto i ragazzi abbiano bisogno di ascolto e di quanto sia fondamentale offrire loro un orecchio davvero attento. Hanno tanto da dire. E spesso, dietro le parole, c’è un grido silenzioso che chiede solo di essere accolto.

L’altra mattina, una mia studentessa del quarto anno di liceo, mentre uscivamo dall’aula, mi ha chiesto se poteva parlarmi. Sorpresa e incuriosita, ho detto di sì. Ancora oggi le sue parole mi rimbombano nella mente:

“Professoressa, non sto attraversando un bel momento. Sono perennemente in crisi.”

Le ho risposto subito che la crisi, per quanto difficile, è anche necessaria. È parte del crescere, del diventare più forti. Ma il suo sguardo si è fatto ancora più triste. Ha continuato:

“È vero. Ma io non dormo più. Mi sento stressata, ansiosa, sotto pressione. È come se non potessi mai fermarmi. Devo rispondere continuamente a richieste che non finiscono mai. Non riesco più a pensare. Agisco in automatico, come una macchina.
So che se non rispetto certi canoni — imposti dai miei coetanei, dagli adulti — vengo vista come una fallita, una diversa, una sbagliata.
A scuola mi sento un numero, non una persona. Un voto, non un individuo.
Ho la sensazione di valere solo per ciò che rendo.
Vorrei liberarmi da questo pensiero, ma è come sprofondare in un abisso nero.”

Quelle parole mi hanno colpita profondamente. Mi hanno lasciato addosso molte riflessioni, tanti interrogativi.

Le ho detto che sbagliare è umano, che cadere è normale, e che l’importante è rialzarsi.
La sua risposta, però, è stata gelida e disillusa:

“Questo lo dice lei. Vale per lei. Ma non è un pensiero comune.”

Quanto è vera questa affermazione! Mi è tornato in mente Bauman e la sua “società liquida”, Morin e il pensiero complesso. Questa corsa affannosa, questa fragilità nei legami, questa precarietà che viviamo ogni giorno.

Quanta fatica fanno i ragazzi ad accettare un errore. Eppure Popper ci ricordava che l’errore è una risorsa, un’occasione per imparare.
Allora mi chiedo: che cosa sta succedendo?

Perché i nostri giovani si sentono sempre in competizione?
Perché devono aderire a modelli imposti, senza possibilità di deviare?
Perché sono schiacciati da richieste incessanti?

E la scuola? Cosa fa la scuola per accompagnarli, per guidarli verso una calma interiore, per insegnare la lentezza sana, per educarli alla resilienza?

Quanta responsabilità abbiamo noi adulti, se così tanti ragazzi oggi si sentono solo numeri, dentro un sistema che ancora giudica e punisce?

Quanto è urgente riconnettersi con il mondo interiore degli studenti?
Quanto è prioritario mettere al centro il loro benessere?

E soprattutto: la scuola può ancora investire nel nutrire la motivazione, nell’educare alla gioia di vivere?
Può ancora trasmettere quella leggerezza che aiuta ad accettare l’errore, a non prendersi sempre così dannatamente sul serio?

Stefania Conte

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