L’Eutanasia del Pensiero: perché rimandare Manzoni è l’ultimo schiaffo ai nostri figli

Spostare i classici non è una scelta pedagogica, è una resa: stiamo togliendo ai ragazzi il diritto alla fatica che costruisce la libertà

04 maggio 2026 09:15
L’Eutanasia del Pensiero: perché rimandare Manzoni è l’ultimo schiaffo ai nostri figli -
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C’è un termine che sta uccidendo la scuola italiana, ed è "facilitazione". Suona bene, quasi dolce. Sa di inclusione, di pacca sulla spalla, di ostacoli rimossi per non far inciampare nessuno. Ma la verità è un’altra, ed è molto più violenta: ogni volta che rendiamo la scuola più facile, stiamo dichiarando i nostri ragazzi ufficialmente incapaci.

L'ultima proposta delle nuove Indicazioni nazionali è il manifesto di questa resa: spostare I Promessi Sposi al quarto anno e spalmare la Divina Commedia. Perché? Perché sono "troppo complessi" per il primo biennio. Perché i quindicenni di oggi, poverini, non avrebbero gli strumenti. Ci raccontano che lo slittamento servirebbe a godersi l'opera con più "maturità". È una menzogna pedagogica. La maturità non è un frutto che cade dall'albero allo scoccare dei diciassette anni; la maturità è il callo che si forma dove c’è stato attrito. Se togli l’attrito a quindici anni, a diciassette non avrai uno studente più consapevole, avrai solo uno studente più pigro, abituato a una dieta cognitiva fatta di omogeneizzati.

Fino a pochi decenni fa, non ci si interrogava se un classico fosse "distante" o "ostico". Si apriva il libro e si scavava, parola dopo parola. Se un termine era ignoto, non lo si ignorava: lo si cercava, lo si metabolizzava, lo si fissava nella memoria con l'esercizio e la ripetizione finché non diventava parte di sé. Non era sterile rigore, era addestramento alla realtà. Ti stavano dicendo: "Il mondo è pieno di codici che non conosci, e se non ti sforzi di decodificarli, sarai sempre schiavo di chi ne sa più di te". Oggi quel rigore è visto come un reperto bellico, sostituito da una scuola-Netflix dove, se il contenuto non è "accattivante" nei primi cinque minuti, si ha il diritto di fare skip. La lingua è un cantiere. E in un cantiere ci si sporca le mani, si sollevano pesi, si sbaglia misura e si ricomincia. Manzoni è la trave portante di questo edificio. Spostarlo più avanti significa lasciare il cantiere aperto e senza tetto per anni, sperando che nel frattempo i ragazzi imparino a costruire usando i Lego.

Stiamo crescendo una generazione a cui stiamo togliendo il diritto alla fatica intellettuale. Li stiamo chiudendo in una bolla di semplicità che non esiste nel mondo reale. Un mondo che, fuori da quelle aule "facilitate", non avrà pietà per chi non sa distinguere una sfumatura di significato o non sa reggere la concentrazione su un testo più lungo di un post sui social. Il cervello è un muscolo: se non lo spingi al limite, si atrofizza. Rimandare i classici non è una scelta strategica, è un’ammissione di colpa dei docenti, delle istituzioni e di una società che non ha più voglia di educare, ma solo di intrattenere.

Dire a un ragazzo di sedici anni "questo è troppo difficile per te" è l’insulto più grande che gli si possa rivolgere. È un atto di classismo mascherato da pedagogia: solo chi avrà le risorse culturali a casa potrà permettersi il lusso della complessità, mentre gli altri affogheranno in un italiano semplificato, povero, inoffensivo. Volete dare uno scossone alla scuola? Smettetela di spostare i libri. Incominciate a pretendere che vengano letti. Rimettete il vocabolario sul banco e la fatica al centro del villaggio. Perché una scuola che non ti costringe a superare i tuoi limiti non ti sta aiutando a crescere: ti sta solo aiutando a restare piccolo per sempre.

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