Dirigenti scolastici: se il concorso pubblico diventa una trattativa privata
Mortati voleva sottrarre l'amministrazione ai partiti. Einaudi temeva le eccezioni. Avevano ragione entrambi. Il reclutamento dei dirigenti scolastici lo dimostra da vent'anni.
Qual è il modo più democratico per selezionare chi debba ricoprire un ruolo pubblico ed essere pagato dai cittadini?
Quasi ottant'anni fa, mentre la Commissione per la Costituzione discuteva le norme sul pubblico impiego per il nuovo Stato, si consumò un piccolo dibattito sull'argomento. Sul tavolo c'era una proposta semplice, quella di stabilire in Costituzione che agli impieghi pubblici si accede per concorso.
Costantino Mortati, relatore democristiano e uno dei giuristi più acuti del Paese, sostenne la norma con un argomento preciso. Il concorso pubblico serve a sottrarre i funzionari dello Stato all'influenza dei partiti politici. Un'amministrazione obiettiva, spiegò, non è un'amministrazione che guarda interessi particolari. Citò la Costituzione di Weimar. I funzionari devono essere al servizio della collettività, non delle fazioni. Il ragionamento era limpido, la regola del concorso non tutela il candidato, tutela il cittadino. Garantisce che chi amministra la cosa pubblica sia stato scelto per quello che sa fare, non per chi conosce.
Luigi Einaudi, liberale, fu più cauto. Non contestò il principio, ma disse che diffidava dell'irrigidimento costituzionale, una norma troppo rigida avrebbe moltiplicato le eccezioni necessarie, rendendo il sistema meno flessibile senza renderlo più giusto. Portò esempi concreti, la chiamata diretta per i professori universitari, la cooptazione nella magistratura di alto grado, e avvertì che la realtà amministrativa è più complessa di qualsiasi formula. Meglio lasciare la materia al legislatore ordinario.
Prevalse Mortati. Il concorso entrò in Costituzione come regola, le eccezioni come casi residuali da giustificare con esigenze straordinarie di interesse pubblico.
In realtà avevano ragione entrambi. Mortati sul principio: la norma c'era. Peccato che la pratica, nei cinquant'anni successivi, andò altrove, con il suo stesso partito che trasformò il pubblico impiego in uno dei principali strumenti di consenso elettorale tra sanatorie, concorsi riservati, stabilizzazioni di massa. Einaudi sulla diagnosi: le eccezioni si sono moltiplicate lo stesso, non nonostante la norma costituzionale ma dentro di essa, sfruttando la clausola "salvo i casi stabiliti dalla legge" come un varco permanente. Il legislatore ha fatto esattamente quello che temeva, usando la flessibilità residuale non per casi straordinari, ma per gestire il consenso di volta in volta, categoria per categoria, concorso per concorso.
Nel caso dei dirigenti scolastici, il meccanismo ha raggiunto una forma praticamente consolidata. Procedure eccezionali diventate regola, norme tirate per la giacchetta da ogni interesse di parte. Il reclutamento in quel ruolo pubblico si è trasformato in una trattativa permanente tra lobbies. Mortati ed Einaudi avrebbero riconosciuto esattamente quello che entrambi, in modi diversi, pensavano si dovesse evitare.