Manzoni non è (solo) difficile
Si sono subito infiammate le polemiche, e le prese di posizione, pro o contro, la proposta del ministro del MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito), Giuseppe Valditara, di ritardare, a scuola, la lettura e lo studio dei Promessi sposi di Manzoni
Manzoni non è (solo) difficile
di Trifone Gargano
Si sono subito infiammate le polemiche, e le prese di posizione, pro o contro, la proposta del ministro del MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito), Giuseppe Valditara, di ritardare, a scuola, la lettura e lo studio dei Promessi sposi di Manzoni, per via della sua difficoltà linguistica, rispetto alla conoscenza e alla pratica media dell’italiano di oggi, da parte delle nostre studentesse e dei nostri studenti. Scrivo “proposta del ministro Valditara”, per semplificazione, ma, in realtà, la proposta è opera della Commissione ministeriale che ha lavorato alle nuove Indicazioni nazionali per l’insegnamento / apprendimento. Dissento da questa proposta moderata del ministro (e della Commissione), poiché, a mio giudizio, la lettura e lo studio del romanzo di Manzoni non vanno ritardati, ma vanno del tutto cancellati, perché dannosi per la salute civica delle nostre studentesse e dei nostri studenti. Lo sostengo da anni, e adesso, qui, proverò, in rapida sintesi, a rimotivare la mia idea di “Dimenticare Manzoni” (ERF Edizioni, 2024). Il problema, egregio signor ministro, non è la “difficoltà” di quel romanzo; anzi, ritengo, al contrario, che, in generale, la difficoltà aguzzi l’ingegno, sia da stimolo per l’audacia e per l’ardimento (negli studi, come nella vita). Si pensi, per un attimo, alle difficoltà della prosa del Decameron di Giovanni Boccaccio, di complessa decifrazione (con periodi lunghi, e costruiti sul modello della sintassi latina). Il punto non è «come», ma «cosa». Leggere e studiare (ancora) I promessi sposi è oltremodo dannoso, nei confronti delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, perché quel romanzo è il condensato della pedagogia conservatrice, che vorrebbe tutti gli umili della terra come Renzo Tramaglino: ubbidiente e pecora, sottomesso al Signore di turno (che stia in cielo, o in terra). Il «sugo» della storia, collocato da Manzoni nelle ultime pagine del romanzo, fissa in modo esplicito, quasi un decalogo, questa ideologia di condanna nei confronti di ogni ribellismo sociale, di ogni ipotesi di partecipazione civica, e di contestazione dell’esistente (Renzo, infatti, a Milano, come prova a ribellarsi, viene arrestato, e si mette nei guai! Quindi? Occorre star lontano dai guai, lontano dall’impegno e dalla partecipazione politica. Meglio abbassare la testa e ubbidire. Prima o poi, facendo la pecora, arriverà un premio: Renzo, infatti, alla fine della storia, da operaio, diventa piccolo imprenditore).
Anche la lingua della Divina Commedia è difficile, ma Dante fu un combattente per tutta la vita, un partigiano (nel senso più autentico ed etimologico del vocabolo), modello di intellettuale che si schiera contro i potenti (e che non peccò mai di ignavia, come invece fece Manzoni, il quale visse sempre nascosto e protetto dal doppio cognome di famiglia, Beccaria e Verri, non schierandosi mai). Dante, nel canto V del Paradiso scrisse un verso, che è un monito eterno, di educazione civica: «uomini siate, e non pecore matte» (v. 80). Uomini a schiena dritta, e non pecore. Altro che il «sugo» manzoniano, che è, invece, un inno all’ignavia e al menefreghismo. Ecco qual è la differenza tra un classico come Dante, che ha ancora tanto da dire e da dare ai giovani lettori di oggi; e un classico come Manzoni, che invece non ha proprio più nulla da dire e da dare, e che va dimenticato. Cattivo maestro di disimpegno, di menefreghismo, e di opportunismo, che ci vorrebbe tutti come la “pecora” Renzo Tramaglino, ubbidiente e silente (con la testa bassa, dinanzi al padrone, dinanzi al dittatore). Manzoni «pericolo» per la cultura democratica, come segnalò, già nel 1945, Elio Vittorini.
Chi si ostina, ancora oggi, anche a sinistra, a difendere Manzoni, o lo fa per snobismo (atteggiamento tipico di certi ambientini), o lo fa per ingenuità; oppure, lo fa per malafede. Ricorrere ai giochini infantili e retorici di citare i “grandi”, i “maggiori”, che hanno (variamente) difeso Manzoni (Eco o Moravia, tanto per fare un esempio), è uno sport sterile. Se giocassi anch’io, compilerei un analogo lunghissimo elenco di “maggiori” che hanno condannato Manzoni (e non solo per ragioni politiche, di vile e opportunistico disimpegno civico, citando innanzitutto Gramsci, ma poi citando anche don Giueseppe De Luca, l’intellettuale cattolico che rimproverò sempre a Manzoni il suo totale disimpegno in difesa della Chiesa del proprio tempo), inserendovi Rodari, Camilleri, don Milani, Bassani, Chiara, Pasolini, Pontiggia, Calvino, e tanti altri. Ma mi astengo dal farlo, limitandomi, però, a riportare due soli nomi di “maggiori”. Il primo, Leonardo Sciascia, che fu scrittore manzoniano, ma che, nonostante ciò, in un suo romanzo, A ciascuno il suo, fece dire proprio a un sacerdote che Alessandro Manzoni sul terreno considerato “suo”, e cioè sui sentimenti e sull’amore, non aveva più nulla da dire, ai giovani lettori (ed era il 1966, l’anno in cui uscì questo romanzo di Sciascia, figuriamoci oggi, nel 2026, ben sessant’anni dopo! Cosa avrebbe più da dire, il romanzo di Manzoni, alle ragazze e ai ragazzi di oggi? in tema di educazione ai sentimenti e alla gestione della sessualità? Un bel nulla!). Il secondo “maggiore”, che mi piace citare, a sostegno della mia tesi sul Manzoni da dimenticare, è Alberto Moravia, che, in un romanzo, La vita interiore, del 1978, ritratto crudo della borghesia di quegli anni, opera lungamente pensata e oggetto di diverse ri-scritture, da parte dell’autore, dissacra i Promessi sposi, in una scena, nella quale la protagonista, la giovane Desideria, come atto di rivolta e di rifiuto (della società borghese di riferimento e della sua cultura, rappresentata proprio dai Promessi sposi), strappa le pagine del libro di Manzoni per pulirsi il sedere, dopo aver defecato:
«…ho preso I promessi sposi in una bella edizione di carta sottile, sono andata nel bagno, ho posato il libro sul bordo del lavandino, ho tirato giù i pantaloni, mi sono seduta sulla tazza, ho defecato. Quindi ho messo il libro sulle ginocchia, l’ho aperto a un passaggio scelto in precedenza, ho strappato la pagina, mi sono pulita il sedere, ho guardato per un momento alla pagina tutta gualcita e insudiciata, l’ho gettata sull’escremento, in fondo alla tazza, e ci ho orinato sopra».
Con la precisazione, da parte di Moravia, che la pagina scelta da Desideria, per il suo utilizzo in bagno, fosse proprio la pagina del «sugo» della storia:
«La pagina finale, in cui il personaggio di Renzo dice: “Ho imparato a non mettermi nei tumulti, ho imparato a non predicare in piazza, ho imparato a non alzare troppo il gomito”, eccetera eccetera».