L'inclusione dimenticata: quando a chiedere di essere riconosciuti sono i docenti di sostegno

L’inclusione riguarda anche i docenti di sostegno: riconoscerne ruolo, competenze e dignità rafforza tutta la scuola.

07 giugno 2026 19:55
L'inclusione dimenticata: quando a chiedere di essere riconosciuti sono i docenti di sostegno -
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di Filippo Tomasello Uciim Varese

Parliamo spesso di inclusione. La scuola italiana ne ha fatto un principio fondante, un valore costituzionale prima ancora che pedagogico. Progetti, convegni, formazione, linee guida: tutto sembra convergere verso l'obiettivo di costruire ambienti di apprendimento accoglienti, capaci di valorizzare ogni alunno nella sua unicità.

Eppure esiste un'altra inclusione, silenziosa e raramente raccontata, che riguarda coloro che ogni giorno rendono possibile quella degli studenti: i docenti di sostegno, soprattutto quelli che ogni anno entrano nelle scuole attraverso le Graduatorie Provinciali per le Supplenze o tramite interpello.

Sono insegnanti che spesso arrivano in classe senza conoscere nessuno, con un contratto a tempo determinato e con la consapevolezza di dover ricominciare tutto da capo. Devono conquistare la fiducia degli alunni, delle famiglie e dei colleghi in poche settimane, dimostrando competenze, disponibilità e capacità di adattamento.

Molti di loro provengono da percorsi professionali ricchi di esperienze: sono psicologi, educatori, pedagogisti, professionisti che hanno lavorato per anni con persone con disabilità, con disturbi del neurosviluppo o in contesti educativi complessi. Hanno sviluppato competenze relazionali, osservative e progettuali che rappresentano un patrimonio prezioso per la scuola.

Alcuni, spinti dalla passione per l'insegnamento e dal desiderio di dare continuità al proprio lavoro, affrontano un percorso lungo e impegnativo: si rimettono sui libri, fanno riconoscere i propri titoli, conseguono una nuova laurea in Scienze della Formazione Primaria o intraprendono il percorso di specializzazione sul sostegno. Investono tempo, risorse economiche ed energie per entrare pienamente nel sistema scolastico.

Eppure, non sempre vengono percepiti come colleghi alla pari.

Naturalmente esistono moltissime realtà virtuose, nelle quali il docente di sostegno è considerato una risorsa dell'intera classe e parte integrante del team educativo. Ma esiste anche una realtà diversa, meno raccontata, nella quale il docente precario viene visto come una presenza temporanea, un assistente del docente curricolare o, peggio ancora, come colui che deve "gestire" l'alunno con disabilità lontano dal gruppo.

È una visione che tradisce il significato stesso del sostegno.

Il docente di sostegno non è l'insegnante di un singolo alunno, ma un docente della classe. La sua professionalità è finalizzata a costruire contesti inclusivi, a favorire la partecipazione di tutti, a mediare processi di apprendimento e relazioni. Quando il suo ruolo viene ridotto a quello di accompagnatore o di figura destinata esclusivamente a portare fuori l'alunno durante le attività, non si impoverisce soltanto la sua funzione professionale: si impoverisce l'intera comunità scolastica.

La pedagogia contemporanea ci ricorda che l'inclusione non consiste nell'allontanare la difficoltà per rendere più semplice la lezione, ma nel modificare il contesto affinché ogni differenza possa trovare spazio.

Una classe che impara a convivere con tempi diversi, con modalità comunicative differenti, con comportamenti complessi, è una classe che cresce nella cittadinanza, nella solidarietà e nella consapevolezza. Il silenzio non è sempre sinonimo di apprendimento; talvolta è semplicemente assenza di confronto con la realtà.

C'è poi un altro aspetto, profondamente umano.

Ogni docente esperto è stato, un tempo, un insegnante al primo incarico. Ognuno ha sperimentato l'incertezza del primo giorno, il timore di non essere all'altezza, il bisogno di un collega disposto ad ascoltare, a spiegare, a condividere materiali e strategie.

La memoria professionale dovrebbe essere il primo strumento di accoglienza.

Accogliere un docente nuovo significa costruire una cultura collaborativa, nella quale le competenze si intrecciano e si arricchiscono reciprocamente. Significa riconoscere che l'esperienza non coincide sempre con l'anzianità di servizio e che le competenze educative possono derivare da percorsi differenti ma ugualmente significativi.

Forse è proprio qui che si misura la credibilità della scuola.

Parliamo di educazione emotiva, di empatia, di cooperative learning, di comunità educante.

Insegniamo ai bambini il valore dell'accoglienza, della collaborazione e del rispetto delle differenze. Ma questi principi acquistano significato solo quando diventano pratica quotidiana tra gli adulti che abitano la scuola.

L'inclusione non può fermarsi alla porta dell'aula.

Deve riguardare anche chi quella porta la attraversa ogni settembre con una cartella piena di progetti, di aspettative e di competenze, sperando di essere considerato non "il supplente", non "quello del sostegno", ma semplicemente un insegnante.

Forse il cambiamento inizia da un gesto semplice: presentarlo come un collega, coinvolgerlo nelle scelte didattiche, chiedergli un parere, riconoscere il valore del suo contributo.

Perché una scuola veramente inclusiva non è quella che accoglie soltanto gli alunni più fragili.

È quella che sa accogliere tutte le persone che la rendono possibile, riconoscendo dignità professionale, ascolto e fiducia anche a chi, ogni anno, ricomincia da capo con la stessa passione.

E forse, prima ancora di insegnare l'inclusione ai nostri studenti, dovremmo avere il coraggio di praticarla tra noi.

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