L’istruzione in vendita: se la cattedra diventa un privilegio per pochi
Dall’altro, i nuovi concorsi legati al PNRR introducono un cortocircuito burocratico: superare le prove non garantisce più l'abilitazione
In Italia, per salire in cattedra non bastano più vocazione e preparazione; serve, soprattutto, un portafoglio gonfio. L’ultima inchiesta di Report scoperchia il vaso di Pandora di un sistema di reclutamento trasformato in un’estenuante corsa a ostacoli economica. Una vera e propria "tassa sul merito" che sta rendendo l'insegnamento un privilegio per pochi. Il sistema di reclutamento è in corto circuito. Da un lato ci sono le GaE (Graduatorie ad Esaurimento): un relitto burocratico del 2006 che, a vent'anni di distanza, tiene ancora in ostaggio migliaia di docenti. Dall’altro, i nuovi concorsi legati al PNRR introducono un cortocircuito burocratico: superare le prove non garantisce più l'abilitazione.
Oggi, vincere un concorso pubblico serve spesso solo a ottenere il "diritto" di iscriversi — a proprie spese — ai nuovi percorsi universitari. In pratica, lo Stato seleziona i candidati, ma poi li costringe a sborsare migliaia di euro per certificare competenze che dovrebbero essere già state accertate dal concorso stesso. Per i docenti, la selezione non è più pedagogica, ma patrimoniale. Tra rette universitarie, certificazioni linguistiche (200-700€) e informatiche (150-400€), un precario può arrivare a spendere fino a 10.000€ solo per poter lavorare regolarmente. Ecco il costo della formazione iniziale:
• Percorso Standard (60 CFU): Destinato ai neolaureati. Il tetto massimo è di 2.500 euro, più 150 euro per la prova finale.
• Percorsi per i "Vincitori" (30 o 36 CFU): Chi ha vinto un concorso o possiede i vecchi 24 CFU deve comunque "completare" la formazione con costi che arrivano a 2.000 euro.
• Specializzazione sul Sostegno (TFA): Per chi si dedica all'inclusione, il costo oscilla tra i 3.000 e i 4.000 euro.
Oltre al danno economico, c'è la beffa logistica. L'obbligo di 180 ore di tirocinio in presenza (15 CFU) è un ostacolo insormontabile per i docenti precari che già lavorano a tempo pieno, spesso in scuole lontane da casa. Conciliare le lezioni in classe con la frequenza universitaria diventa una missione impossibile. Il risultato è drammatico: non si seleziona più il talento, ma il reddito. Chi non ha risparmi o il sostegno della famiglia per pagare rette esorbitanti e sostenere mesi di tirocinio non retribuito è tagliato fuori dai giochi.
Docenti come Bancomat del Sistema
Mentre la politica parla di "meritocrazia", la realtà racconta di professionisti trattati come bancomat del sistema universitario. Si pretende eccellenza offrendo precariato; si esige aggiornamento mettendolo in vendita al miglior offerente.
Se per insegnare ai cittadini di domani bisogna prima "comprare" il proprio posto di lavoro, che valore stiamo dando alla scuola pubblica? Questa beffa è una ferita aperta che colpisce i docenti oggi, ma le cui conseguenze sulla qualità e sulla continuità didattica ricadranno, inevitabilmente, solo sugli studenti.