Marginalità, gruppi devianti e baby gang: un fenomeno sottostudiato tra economia, riconoscimento e crisi democratica
Nonostante l’attenzione mediatica, le baby gang restano un oggetto poco indagato dal punto di vista sociologico e politologico
Negli ultimi anni il fenomeno delle baby gang è entrato stabilmente nel dibattito pubblico, spesso trattato come emergenza di ordine pubblico o come semplice espressione di disagio economico. Tuttavia, questa lettura è riduttiva e rischia di produrre risposte inefficaci. Ciò che manca, in modo evidente, è un’analisi sociopolitica strutturata capace di leggere il fenomeno come esito di trasformazioni profonde che si riversano nei legami sociali, nei processi di inclusione ed esclusione e nel funzionamento stesso della democrazia.
Nonostante l’attenzione mediatica, le baby gang restano un oggetto poco indagato dal punto di vista sociologico e politologico. Anche il termine “Maranza” è entrato nel linguaggio comune per indicare specifici gruppi giovanili urbani, prevalentemente maschi e immigrati, caratterizzati da atteggiamenti aggressivi e con forti conflittualità con altri gruppi e/o istituzioni. Dal punto di vista sociologico, tuttavia, “maranza” non descrive una categoria sociale vera e propria, quanto piuttosto un’ etichetta, costruita nel discorso mediatico e quotidiano, con l’unico scopo di semplificare fenomeni complessi.
Manca una cornice teorica unitaria che consenta di comprendere perché gruppi di ragazzi, anche molto giovani, scelgano la dimensione del gruppo deviante come spazio identitario e relazionale. Di conseguenza, mancano politiche ad hoc, capaci di incidere sui meccanismi che generano il fenomeno, e non soltanto sui suoi effetti visibili. Le politiche pubbliche oscillano tra risposte securitarie, interventi educativi generici e azioni frammentarie, affidate per lo più al volontariato. La devianza giovanile non si combatte con la repressione né tantomeno delegando tutto alla scuola, ma costruendo politiche pubbliche stabili che agiscano sui gruppi, sui territori e sui processi di riconoscimento.
Oltre la povertà economica: una marginalità più complessa
Uno degli errori più diffusi è associare automaticamente le baby gang a contesti di povertà estrema. Se è vero che le condizioni economiche difficili possono costituire un fattore di rischio, è altrettanto vero che numerosi episodi coinvolgono figli di famiglie benestanti, inserite socialmente e prive di evidenti carenze materiali.
Questo dato mette in crisi una lettura esclusivamente economica e obbliga a spostare lo sguardo su forme più sottili di marginalità, quali marginalità relazionale (assenza di riconoscimento), marginalità simbolica (mancanza di status e di senso), marginalità politica (assenza di canali di partecipazione e di voce).
Il gruppo come risposta alla perdita di riconoscimento
Il gruppo deviante svolge una funzione fondamentale: ricostruisce un senso di appartenenza in un contesto che non è più in grado di offrirlo. In una società segnata da precarizzazione, competizione e individualizzazione, il gruppo, anche se deviante, assegna ruoli chiari, produce regole interne, garantisce visibilità e offre protezione simbolica. In questo senso, la baby gang non è solo un luogo di trasgressione, una subcultura, ma una forma alternativa di integrazione, per quanto distruttiva essa sia. È una risposta collettiva a un vuoto di riconoscimento prodotto dal contesto sociale di riferimento.
Devianza e trasformazioni socio-economiche
Le trasformazioni del capitalismo contemporaneo hanno inciso profondamente sui processi di socializzazione. Seguendo una lettura ispirata a Karl Polanyi, quando l’economia si sgancia dalla società e riduce il valore delle persone alla loro performance, si produce una disgregazione dei legami sociali. Gli individui, e in particolare i giovani, cercano, così, nuove forme di protezione e di identità. Secondo questa lettura, la devianza giovanile va letta come espressione di questo squilibrio derivante dalla perdita di fiducia nelle istituzioni, dal progressivo indebolimento del patto educativo, dalla distanza crescente tra norme formali e vissuti reali. Il gruppo deviante diventa così uno spazio in cui esercitare potere, visibilità e controllo, compensando una percezione diffusa di impotenza.
Devianza e digitale: quale connessione?
Il digitale non è un semplice sfondo del fenomeno della devianza giovanile: ne è un moltiplicatore strutturale, soprattutto in una società già segnata da forte individualizzazione e da fragilità dei legami sociali. I social media producono isolamento relazionale reale al netto di una iper-esposizione simbolica. I giovani sono costantemente osservati, costantemente valutati, continuamente messi a confronto, per cui anche l’identità diventa una prestazione. Il paradosso del digitale: soli ma iper-esposti!
L’eccessiva individualizzazione prodotta dalle società digitali non elimina il bisogno di appartenenza, ma lo radicalizza. In assenza di spazi di mediazione e di riconoscimento (come partiti, parrocchie, scuola, sindacati) il gruppo deviante diventa una risposta collettiva all’isolamento individuale, mentre il digitale ne amplifica la visibilità offrendo ritualità ed estremizzazioni che servono ad esprimere quel bisogno di appartenenza negato. Il digitale isola ma al contempo produce nuovi gruppi devianti nella misura in cui, chi è fragile e stigmatizzato trova protezione, visibilità e una narrazione biografica significativa.
Il nodo democratico
Il fenomeno delle baby gang interpella direttamente la qualità della democrazia. Non si tratta solo di ordine pubblico, ma di partecipazione, rappresentanza e inclusione. Quando una parte crescente di giovani non si riconosce nelle istituzioni e non percepisce i canali legittimi di espressione, la devianza diventa una forma di linguaggio sociale, un modo distorto ma efficace di “esistere” nello spazio pubblico. L’assenza di politiche mirate riflette una difficoltà più ampia: la democrazia fatica a riconoscere e integrare soggettività che non rientrano nei modelli dominanti di successo e di conformità sociale.
Il fattore religione
In alcuni gruppi giovanili devianti, la religione non opera come sistema di fede, ma come marcatore identitario e come forma di linguaggio simbolico oppositivo. In contesti di esclusione sociale e di vuoto democratico, riferimenti religiosi semplificati vengono utilizzati per legittimare la conquista dello spazio territoriale e per costruire un “noi” contrapposto a un “loro”, più che per esprimere una reale appartenenza spirituale. In questi casi, talvolta l’ identità viene costruita attraverso una contrapposizione simbolica a ciò che viene percepito come “occidentale” perché considerato egemonico e predominante.
Verso nuove politiche e nuovi studi
Affrontare seriamente il fenomeno delle baby gang richiede:
• studi sociopolitici interdisciplinari;
• analisi delle dinamiche di gruppo;
• attenzione alle forme di esclusione simbolica;
• politiche che agiscano sui contesti e non solo sugli individui.
Senza questo salto di qualità, il rischio è continuare a oscillare tra repressione e interventi emergenziali, senza incidere sulle cause profonde del fenomeno.
Conclusione
Le baby gang non sono un’anomalia marginale, ma un sintomo strutturale di una società in trasformazione. Comprenderle significa interrogarsi su come produciamo appartenenza, riconoscimento e partecipazione. In assenza di un serio investimento sociopolitico, il fenomeno continuerà a riprodursi, indipendentemente dal livello di benessere economico delle famiglie coinvolte.
• Riferimenti a: Becker, H. S. (1963), Goffman, E. (1963), Bourdieu, P. (1993), Polanyi, K. (1944), Castel, R. (2003).