Piano Casa e crisi abitativa: chieste misure strutturali per redditi medi e scuola
L’analisi economica della crisi abitativa mostra infatti che il problema non riguarda esclusivamente la scarsità di alloggi, ma il modo in cui il mercato distribuisce l’accesso alla casa
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che il Piano Casa approvato dal Governo debba essere letto non soltanto come una misura edilizia, ma come un banco di prova della capacità dello Stato di tutelare il diritto all’abitare, oggi sempre più esposto alla distanza crescente tra redditi da lavoro e costo della casa.
L’analisi economica della crisi abitativa mostra infatti che il problema non riguarda esclusivamente la scarsità di alloggi, ma il modo in cui il mercato distribuisce l’accesso alla casa. Secondo l’Istat, nel quarto trimestre 2025 i prezzi delle abitazioni sono aumentati del 4,1% su base annua, con una crescita particolarmente marcata delle abitazioni esistenti, pari al 5,2%. Questo dato segnala che la pressione non deriva soltanto dal nuovo costruito, ma anche dalla rivalutazione del patrimonio già disponibile, spesso concentrato nelle aree urbane più attrattive.
La questione diventa ancora più critica se si guarda al mercato degli affitti. Banca d’Italia rileva che la presenza delle locazioni brevi continua a incidere in modo significativo sulla crescita dei canoni in molte città, mentre le attese per l’inizio del 2026 indicano ulteriori aumenti. Nomisma, nel suo Osservatorio Affitti, segnala inoltre che nel 2025 i canoni sono cresciuti del 3,5%, in un contesto in cui l’offerta resta insufficiente rispetto alla domanda.
In questo scenario, l’esempio dell’insegnante con uno stipendio netto di circa 1.700 euro, costretto a destinare oltre il 60% del proprio reddito per un’abitazione di 42 metri quadri a Milano, non è un’anomalia ma il sintomo di una distorsione profonda. Il lavoro stabile non garantisce più automaticamente sicurezza abitativa. Si crea così una fascia intermedia di cittadini che non rientra nei criteri dell’edilizia popolare, ma non riesce nemmeno a sostenere i prezzi del mercato privato. È una frattura sociale che colpisce in modo particolare giovani, lavoratori pubblici, docenti fuori sede e famiglie monoreddito.
Il Piano Casa, con l’obiettivo di rendere disponibili oltre 100 mila alloggi nei prossimi dieci anni e con risorse pubbliche fino a 10 miliardi di euro, può rappresentare una risposta importante, ma solo se sarà accompagnato da criteri rigorosi di accessibilità economica. Non basta aumentare il numero degli alloggi: occorre garantire che essi siano realmente sostenibili per chi percepisce redditi medi o medio-bassi. Un affitto “calmierato” che resta sproporzionato rispetto allo stipendio netto non risolve la crisi, ma la rende semplicemente meno visibile.
Per questo il CNDDU ritiene necessario introdurre un parametro nazionale di sostenibilità abitativa collegato al reddito effettivo, affinché il costo complessivo della casa non superi una soglia ragionevole del salario disponibile. Tale criterio dovrebbe orientare sia l’edilizia convenzionata sia gli incentivi pubblici ai privati, evitando che risorse pubbliche producano alloggi formalmente sociali ma concretamente inaccessibili.
Un’altra proposta concreta riguarda il personale scolastico. Nelle città ad alta tensione abitativa sarebbe opportuno istituire un fondo dedicato alla locazione per docenti e personale educativo, collegato alla sede di servizio e alla mobilità territoriale. La continuità didattica non può dipendere dalla possibilità individuale di sostenere affitti incompatibili con lo stipendio. Garantire condizioni abitative dignitose agli insegnanti significa proteggere anche il diritto degli studenti a una scuola stabile e di qualità.
È inoltre necessario recuperare rapidamente il patrimonio pubblico inutilizzato, ma con tempi certi, trasparenza sugli interventi e monitoraggio pubblico degli alloggi effettivamente riassegnati. La previsione di recuperare decine di migliaia di unità oggi non disponibili è positiva, ma deve tradursi in un cronoprogramma verificabile, con priorità ai territori dove il rapporto tra reddito e costo dell’abitare è più squilibrato.
Il CNDDU ritiene poi indispensabile intervenire sugli affitti brevi nelle aree a maggiore pressione abitativa. Non si tratta di demonizzare un settore economico, ma di riequilibrare l’uso del patrimonio immobiliare quando esso sottrae abitazioni alla residenza stabile. Anche a livello europeo il tema è ormai centrale: la Commissione europea ha annunciato un piano per affrontare la carenza di abitazioni accessibili, includendo una regolazione più chiara delle locazioni brevi e della speculazione immobiliare.
La casa non può essere trattata come un bene qualsiasi. Quando il costo dell’abitare assorbe una quota eccessiva del reddito, si riducono consumi essenziali, mobilità sociale, progettualità familiare e partecipazione alla vita comunitaria. Per i docenti, questa condizione si traduce spesso in rinunce, pendolarismo forzato, instabilità professionale e difficoltà a radicarsi nei territori in cui sono chiamati a educare.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani chiede dunque che il Piano Casa sia rafforzato da strumenti capaci di misurare l’effettiva sostenibilità economica degli alloggi, tutelare i lavoratori della scuola nelle città più onerose, recuperare il patrimonio pubblico inutilizzato, regolare gli squilibri prodotti dagli affitti brevi e vincolare gli investimenti privati sostenuti da agevolazioni pubbliche a prezzi realmente accessibili.
Una politica abitativa efficace non si misura soltanto dal numero di case costruite, ma dalla possibilità concreta, per chi lavora, studia e contribuisce alla vita del Paese, di abitare senza sacrificare la propria dignità. Il diritto alla casa è parte essenziale del diritto a una vita libera, sicura e pienamente umana.
prof. Romano Pesavento
presidente CNDDU