Quando la gita diventa caso politico: l’asilo cattolico di Susegana e la visita in moschea che divide l’Italia

La foto di una trentina di bambini della scuola dell’infanzia paritaria “Santa Maria delle Vittorie” di Ponte della Priula, frazione di Susegana (Treviso), inginocchiati sul tappeto rosso del centro c...

A cura di Redazione Redazione
05 maggio 2025 18:51
Quando la gita diventa caso politico: l’asilo cattolico di Susegana e la visita in moschea che divide l’Italia -
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La foto di una trentina di bambini della scuola dell’infanzia paritaria “Santa Maria delle Vittorie” di Ponte della Priula, frazione di Susegana (Treviso), inginocchiati sul tappeto rosso del centro culturale islamico “Emanet”, ha percorso il Paese in poche ore. Per la direttrice Stefania Bazzo quella mattinata doveva essere «un ponte teso fra culture»; per una parte della politica è diventata «l’islamizzazione strisciante delle aule». Ne è scaturito un dibattito che tocca identità, ruolo della scuola e senso dell’inclusione.

Una gita pensata in classe

La visita si è svolta mercoledì 30 aprile. Tre classi dell’asilo — i bambini di quattro e cinque anni; i più piccoli sono rimasti a scuola — hanno raggiunto a piedi il centro islamico che il venerdì ospita la preghiera di un quarto degli alunni, di fede musulmana. L’obiettivo, racconta Bazzo al Corriere del Veneto, era «far vedere ai compagni il luogo in cui pregano gli amici» e rafforzare un progetto didattico sull’intercultura e sulle religioni avviato già a settembre.

Una volta entrati, i piccoli — incuriositi «dal grande tappeto rosso» — si sono spontaneamente seduti a terra, hanno ascoltato l’imam Avnija Nurceski spiegare i cinque pilastri dell’islam e, prima di uscire, hanno recitato una preghiera “per la pace”: chi con le mani giunte, chi orientato verso la Mecca. Il gesto, sottolinea la dirigente, «non era una liturgia imposta, ma l’imitazione di quanto l’imam aveva mostrato».

L’accusa di “preghiera unica”

Le immagini, postate sulla pagina Facebook della scuola, sono state riprese da testate nazionali e da esponenti della Lega. Il vice‑premier Matteo Salvini ha scritto: «Alla faccia della reciprocità», mentre l’eurodeputata Silvia Sardone ha parlato di «tentativi di islamizzare la scuola italiana». Altri parlamentari del Carroccio hanno definito la scena «agghiacciante» e chiesto verifiche immediate: «Difendere la nostra cultura significa dire no alla cancellazione delle radici», ha scandito il veneto Paolo Borchia.

Sul fronte opposto, la deputata Dem Rachele Scarpa ha ricordato che «a questo deve servire la scuola: a far conoscere per insegnare ad accettare». Per la presidente provinciale della FISM, Simonetta Rubinato, i bambini «hanno solo provato ciò che fanno i loro amici musulmani» e l’esperienza «rientra in una tradizione di dialogo che la diocesi stessa promuove» — lo scorso ottobre, nella stessa moschea, il vescovo di Vittorio Veneto aveva partecipato alla Giornata del Dialogo islamo‑cristiano.

Le norme (e i margini) dell’autonomia scolastica

Davanti al clamore, l’Ufficio scolastico regionale del Veneto ha avviato “opportuni approfondimenti”, su mandato del Ministero dell’Istruzione e del Merito, per verificare «il rispetto delle norme sulla parità scolastica» (legge 62/2000) e la coerenza con il progetto educativo condiviso con le famiglie. La scuola, infatti, è paritaria e di ispirazione cattolica, ma rientra a pieno titolo nell’autonomia riconosciuta a tutte le istituzioni — statali e non — di definire attività formative che rispondano ai valori del proprio POF.

Dalle linee guida ministeriali per l’educazione interculturale (2014) al recente Piano nazionale di educazione alla cittadinanza globale, il dialogo interreligioso è indicato come strumento per «promuovere competenze di convivenza pacifica». In questo quadro, visitare una moschea o una sinagoga può trovare fondamento giuridico, a patto che sia inserito in un percorso condiviso e “non confessionale”.

Il metodo della scuola

Alla “Santa Maria delle Vittorie” non è la prima attività in chiave inclusiva. Nel tempo i genitori di diversa nazionalità hanno proposto laboratori di cucina, canti in più lingue, letture sul Ramadan; allo stesso modo gli alunni musulmani partecipano al presepe di Natale o alle preghiere dell’Avvento. «Siamo una scuola cattolica che dialoga — ribadisce Bazzo —; i bambini si sentono parte della comunità senza doversi snaturare».

L’approccio riflette un principio pedagogico specifico dell’età prescolare: apprendere “con il corpo prima che con le sovrastrutture culturali”. «Se vedo un luogo nuovo, lo esploro fisicamente», spiega la direttrice, ricordando che i più piccoli distinguono differenze senza attribuire gerarchie.

Quando la foto pesa più del progetto

Il dibattito esploso sui social mostra però una distanza fra l’intenzione educativa e la ricezione pubblica. Per la scuola l’immagine doveva documentare un’attività riuscita; per i critici è bastata a evocare indottrinamento. «Non pensavamo a tanta polemica — ammette la dirigente —; oggi capiamo che dobbiamo spiegare di più». È la stessa dinamica che, a più riprese, accompagna episodi di pluralismo religioso: dalla benedizione dei crocifissi alle mense senza carne di maiale, passando per i presepi viventi “con il velo”.

Il nodo politico

L’episodio cade in una fase in cui la vicinanza delle elezioni europee rende ogni simbolo identitario terreno di scontro. La Lega ha fatto della “reciprocità” — difendere i segni cristiani finché i Paesi musulmani non garantiscono pari libertà — una bandiera; Fratelli d’Italia chiede trasparenza su moschee e imam. Dall’altra parte, associazioni cattoliche e movimenti per il dialogo puntano sull’“ora di religione che racconti tutte le fedi”, mentre parte del mondo laico insiste per ridurre gli spazi di ogni rito a scuola.

E ora?

L’ispezione ministeriale arriverà nelle prossime settimane, ma alla “Santa Maria delle Vittorie” affermano di essere sereni. In ogni caso invieranno una relazione sull’intero progetto interculturale, convinti che «la conoscenza è l’unico antidoto alla paura». Bazzo lancia anche un messaggio ai colleghi: «Alle altre scuole dico di non avere timore. Molte lo fanno ogni giorno in silenzio; forse è il momento di condividere».

Oltre la cronaca

Che esito avrà la vicenda dipenderà meno dall’indagine amministrativa che dalla capacità, o meno, di trasformare un caso social in occasione di confronto pubblico. Se la scuola saprà aprirsi «anche alla comunità che non varca il cancello ogni mattina», come suggerisce la dirigente, il caso di Susegana potrebbe diventare un laboratorio: non tanto su come insegnare religione, quanto su come raccontare ai bambini — e agli adulti — che la pluralità è già realtà.

In fondo, nel luogo in cui un quarto degli iscritti prega il venerdì e, il lunedì, partecipa al presepe, la domanda non è più se il dialogo interreligioso debba esistere, ma solo come raccontarlo senza che una fotografia ne cancelli la complessità.

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