Rimettere al centro la pedagogia dopo la tragedia scolastica di La Spezia

Un giovane ha perso la vita in un luogo che dovrebbe rappresentare crescita, relazione e futuro

A cura di Redazione Redazione
18 gennaio 2026 19:46
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La tragica morte dello studente di 18 anni accoltellato in classe da un suo coetaneo all’Istituto Professionale “Domenico Chiodo” di La Spezia scuote profondamente non solo la comunità scolastica locale, ma l’intero Paese. Un giovane ha perso la vita in un luogo che dovrebbe rappresentare crescita, relazione e futuro; una ferita profonda che interroga tutti noi, come cittadini e come adulti responsabili dei percorsi educativi delle nuove generazioni.

Di fronte a eventi così drammatici, le prime risposte pubbliche tendono spesso a concentrarsi sul rafforzamento delle misure di sicurezza, sull’inasprimento dei controlli o sull’introduzione di nuove forme di repressione. Pur riconoscendo l’importanza di prevenire l’ingresso di oggetti pericolosi negli spazi scolastici, è necessario affermare con chiarezza che una tragedia di questa portata non può essere letta esclusivamente in termini di ordine pubblico. Ridurre la complessità educativa a una questione di sicurezza rischia di spostare lo sguardo dalle vere domande: che cosa sta accadendo nella quotidianità degli adolescenti? Quali solitudini, assenze educative, bisogni non ascoltati attraversano oggi la scuola?

La scuola non è e non deve diventare un luogo blindato. È, prima di tutto, una comunità educativa, uno spazio di relazioni quotidiane in cui si apprendono non solo contenuti disciplinari, ma modi di stare con gli altri, di affrontare anche le situazioni conflittuali, di dare senso alle emozioni. In questa prospettiva, la risposta più urgente non è solo normativa o repressiva, ma profondamente pedagogica.

È indispensabile riconoscere la necessità di una presenza strutturale di pedagogisti ed educatori professionali socio-pedagogici all’interno delle scuole. Queste figure possono accompagnare nella quotidianità il percorso di crescita degli adolescenti e delle loro famiglie, leggendo i bisogni educativi emergenti, sostenendo i docenti nella relazione educativa e offrendo spazi di ascolto e di mediazione pedagogica.

In questo quadro, assume un ruolo centrale l’importanza di discutere in classe di quanto accaduto, non per spettacolarizzare il dolore, ma per condividerlo e quindi alleviarlo. Le assemblee di educazione reciproca, se pensate e condotte con intenzionalità pedagogica, diventano luoghi fondamentali di crescita.

Di fronte a eventi forti o vissuti come totalizzanti, gli adolescenti vivono emozioni intense, spesso contrastanti: paura, rabbia, smarrimento, senso di ingiustizia. Dal punto di vista pedagogico, è essenziale creare spazi che permettano di trasformare le emozioni in sentimenti attraverso la parola.

Senza questo passaggio, il rischio è che queste esperienze restino confinate a un livello istintivo e impulsivo, legato al primo sistema di segnalazione del nostro organismo. Le assemblee di educazione reciproca, facilitate da pedagogisti ed educatori professionali, accompagnano invece gli studenti verso il secondo sistema di segnalazione, quello del linguaggio e del pensiero razionale.

Dare parola a ciò che si prova significa rendere l’esperienza pensabile, comunicabile e condivisibile. Parlare non è un atto accessorio: è un processo educativo di regolazione emotiva e di costruzione di consapevolezza.

Rimettere al centro la pedagogia significa spostare lo sguardo dal controllo dei comportamenti alla cura dei processi di crescita. Non reprimere ciò che si vive in termini emozionali, ma accompagnare verso il pensiero; non etichettare il disagio, ma offrirgli parole; non rispondere alla violenza solo con barriere, ma con relazioni educative significative.

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