Social vietati agli under 15
La Francia ci ripensa vietare non basta, bisogna educare
Il Consiglio costituzionale francese ha bocciato il divieto generalizzato dei social network per i minori di 15 anni, fortemente voluto da Emmanuel Macron. Secondo i giudici, la misura limita in modo sproporzionato la libertà di espressione e comunicazione dei minori. Il presidente francese ha già chiesto al governo di riscrivere la legge entro la primavera del 2027.
La notizia è riportata da "ANSA": La Corte Costituzionale francese boccia il divieto dei social agli under 15 | ANSA.it https://share.google/6Zr9z0S9Xw7NSwK3K
Quattro punti da cui partire
- Proteggere i minori è necessario, ma proteggere non significa necessariamente vietare.
- Non tutti i servizi digitali sono uguali: YouTube, ad esempio, è anche uno straordinario strumento divulgativo e didattico.
- Vietare un dispositivo non elimina il problema: social e contenuti online sono accessibili anche da tablet e computer.
- Famiglia e scuola restano insostituibili: dobbiamo insegnare ai ragazzi a utilizzare il digitale, non limitarci a tenerli lontani da esso.
Il problema è l'uso, non soltanto lo strumento
I rischi dei social sono reali: cyberbullismo, dipendenza, contenuti inadatti, disinformazione, problemi di privacy. Su questo è difficile non essere d'accordo.
Ma un divieto troppo ampio rischia di mettere sullo stesso piano realtà profondamente diverse.
YouTube può significare ore di scrolling inutile, ma può anche significare ripassare matematica, comprendere meglio una lezione di scienze, studiare storia o esercitarsi in una lingua straniera. WhatsApp è uno strumento di comunicazione utilizzato quotidianamente anche per scambiarsi informazioni e materiali.
Lo stesso ragionamento vale per lo smartphone: ciò che un ragazzo può fare con un telefono, nel bene e nel male, può farlo in gran parte anche con un tablet o un computer.
Vietare lo strumento rischia quindi di spostare il problema, non di risolverlo.
Vietare è più facile che educare
È questo il punto sul quale dovremmo interrogarci.
Educare richiede molto più impegno che vietare. Richiede agli adulti di conoscere gli strumenti che utilizzano i ragazzi, capire almeno nelle linee essenziali come funzionano social, algoritmi, privacy e intelligenza artificiale.
E richiede una vera alleanza tra famiglia e scuola.
L'educazione digitale dovrebbe ormai essere parte integrante della formazione: imparare a verificare una fonte, riconoscere una manipolazione, proteggere i propri dati, rispettare gli altri online e utilizzare consapevolmente social e intelligenza artificiale.
Servono certamente regole, limiti di età e maggiori responsabilità per le piattaforme. Ma regolamentare è diverso da vietare indiscriminatamente, perché prima o poi ogni divieto finisce.
E allora la vera domanda non è soltanto come impedire ai ragazzi di accedere al digitale, ma come prepararli a viverlo in autonomia.
Famiglia e scuola hanno proprio questo compito: non costruire una campana di vetro, ma fornire ai ragazzi gli strumenti per scegliere consapevolmente.