Torniamo ai «piselli» di Mendel?
A questo punto, suggerirei al ministro di non essere così generoso e lassista, ma di prevedere anche il consenso preventivo scritto congiunto dei nonni, paterni e materni, maschio e femmina, come Dio, la Patria e la Famiglia comanda: maschi e femmina
La metterei, per questo mio articolo, come una riflessione semi-seria sull’educazione sessuale, e sul «primato» (clericale) della famiglia, per quanto attiene all’offerta formativa nella scuola pubblica. Niente educazione sessuale, nelle scuole italiane (tanto nella secondaria di primo, quanto nella secondaria di secondo grado), in assenza del consenso informato, preventivo e scritto, da parte dei genitori, che devono conoscere in anticipo i contenuti, oggetto delle lezioni, e che devono anche aver avuto il diritto di pre-visionare i materiali didattici. A questo punto, suggerirei al ministro di non essere così generoso e lassista, ma di prevedere anche il consenso preventivo scritto congiunto dei nonni, paterni e materni, maschio e femmina, come Dio, la Patria e la Famiglia comanda: maschi e femmina (purché ancora in vita, si capisce). Per la scuola secondaria di secondo grado, il ministro ritiene che sia sufficiente la formazione sessuale curata da parte dei docenti di scienze, che, da sempre, com’è noto a tutti, e con profitto di tutti, fanno ricorso ai «piselli» del monaco e biologo Gregor Mendel.
Ho voluto interrogare AI sulla questione dei «piselli» di Mendel, che mi ha precisato, infatti, che il monaco e biologo Mendel utilizzò i «piselli» per i suoi pionieristici esperimenti perché:
«… costano poco, crescono rapidamente e possiedono caratteristiche facilmente osservabili (come il colore e la forma dei semi), che gli permisero di scoprire le leggi dell'ereditarietà genetica».
Mendel selezionò questa pianta per motivi molto pratici:
· Facile coltivazione: si coltivano con facilità e producono molte generazioni in tempi brevi.
· Caratteristiche nette: presentano tratti opposti e ben visibili (es. semi lisci o rugosi, fiori bianchi o viola) senza stadi intermedi.
· Riproduzione controllata: i fiori dei piselli sono ermafroditi (hanno organi sia maschili che femminili) e si autofecondano, ma permettono all'uomo di intervenire facilmente per incrociarli forzatamente.
Attraverso l'analisi di migliaia di piante, Mendel formulò tre principi fondamentali:
1. Legge della dominanza: incrociando due piante di "linea pura" con caratteri opposti (es. fiore viola e fiore bianco), i figli (ibridi della prima generazione) mostreranno solo il tratto dominante (viola), mentre quello recessivo (bianco) rimarrà nascosto
2. Legge della segregazione: durante la formazione dei gameti (i semi), le coppie di geni si separano. Ogni genitore trasmette un solo gene per carattere, che si ricombina casualmente nei figli ripristinando il rapporto di 3:1 tra tratti dominanti e recessivi
3. Legge dell'assortimento indipendente: caratteri diversi (es. colore del seme e forma) vengono ereditati in modo indipendente l'uno dall'altro
Nella scuola primaria (quella che una volta si chiamava “scuola elementare”), secondo il ministro Valditara, è del tutto vietato prevedere percorsi formativi sulla sessualità («piselli» di Mendel compresi). Insomma, meglio il fai-da-te, che un percorso formativo scientifico e psico-affettivo, tanto in Italia non abbiamo adulti disturbati, che ricorrono al femminicidio, quando una storia d’amore finisce, mica come in altri Paesi europei (generalmente, nordici, non cattolici e depravati).
Ai docenti di Lettere, della secondaria di primo e/o di secondo grado, suggerirei di nlon inserire, nel loro Piano annuale di Studio, la lettura di Autori le cui opere, “peccaminose” ed erotiche, appaiono chiarissimamente pericolose, per la sana e cristiana crescita degli italiani (e delle italiane, che, ovviamente, devono prepararsi unicamente a essere figlie, mogli e madri obbedienti, come ben insegna il Manzoni nazionale, la cui lettura andrebbe incentivata e rilanciata, come necessaria e obbligatoria, in tutte le scuole del Paese, con il personaggio di Lucia, appunto, ubbidiente e casto, immagine e simbolo della Donna angelicata moderna):
- Dante, per il sonetto Tanto gentile e tanto onesta… (perché l’autore veicola in esso la cultura del possesso della femmina: la «donna mia», che saluta gli «altri», e quindi tanto casta non è, e sarebbe da punire, chiudendola in casa, o dandole una “lezione”)
- Petrarca, per molti sonetti, e per alcune canzoni del suo Canzoniere, specie per quei testi nei quali l’autore indulge nella descrizione fisica del corpo di Laura
- Boccaccio, per tutte le novelle erotiche del Decameron (che è libro peccaminosissimo, da non far leggere, oltre che nelle scuole, nelle famiglie italiane)
- Ariosto, per il racconto dell’amplesso (peccaminosissimo) tra Medoro e Angelica (che provoca, tra l’altro, la follia del buon cristiano Orlando, mettendo in crisi l’esercito della Santa Fede)
- Tasso, per l’episodio dei due amanti Olindo e Sofronia, impalati «tergo a tergo», per essere bruciati vivi, la cui descrizione lasciva, da parte dell’autore, produce turbamento sessuale nel lettore; ma anche per l’episodio del duello tra Clorinda e Tancredi, amanti segreti (con l’infedele Clorinda che indossa abiti maschili, e che quindi può far suscitare dubbi e confusione di gender tra i giovani lettori), i cui gesti, durante lo scontro, somigliano più al ballo di un amplesso erotico, che ai passi di un duello tra nemici
- Foscolo, per la sua vita dissoluta e dedita al vizio (anche sessuale)
- Verga, in specie, per la novella La lupa, eroticissima e peccaminosissima (ma anche per altre sue opere, come la storia di una «capinera»; ovvero, per la novella Nedda, e tanto – e tanto – altro ancora)
- Capuana, per il romanzo Profumo, storia di una ragazza madre- d’Annunzio, benché eroico, non va nemmeno nominato, nelle scuole italiane (come pure tanti altri scrittori, o pseudo tali, tutti maestri del vizio e della depravazione, come, per esempio, Aretino; Moravia; Morante; Pasolini; Calvino; Vittorini; Brancati; Sciascia; etc. etc.).
Per quanto riguarda il (presunto) primato della «famiglia», rispetto alle prerogative sovrane di uno Stato laico, democratico e anti-fascista, qual è lo Stato italiano, così come si legge in Costituzione, nella scelta dei contenuti oggetto dell’offerta formativa, sottoposti, a giudizio di Valditara, al «consenso informato» da parte delle famiglie, questa è una vecchia battaglia (clericale), che fu oggetto di interventi e di scontri, in Assemblea Costituente (nel 1946-1947).
La Chiesa, attraverso alcune sue organizzazioni di categoria, come l’Aimc (Associazione italiana dei maestri cattolici) e l’Uciim (Unione cattolica italiana degli insegnanti medi), pensò di rilanciare, come parola d’ordine, la necessità di una urgente ricostruzione morale della società italiana, proprio mettendo mano all’impianto scolastico. Gli intellettuali cattolici, i maestri e i docenti cattolici, e la gerarchia clericale fecero tutti finta, nel 1946, di ignorare che, a partire dal 1929, la Chiesa italiana avesse sottoscritto un «Concordato» con il regime fascista, e che, quindi, avesse co-gestito con quel regime, l’educazione e l’istruzione in Italia. Il Vaticano si mosse con avvedutezza, e con celerità, per ottenere garanzie precise, sia da parte delle Autorità Alleate, sia da parte dei leader della Democrazia cristiana, in modo da salvaguardare, nella “nuova” Italia, i (vecchi) privilegi concordatari. Con una specifica enciclica, Quemadmodum, nel 1946, papa Pio XII, rivendicava il diritto a educare rettamente la gioventù, e a curarne la «bellezza morale», poiché i fanciulli, continuava il papa, futuri padri e madri di famiglia, non potessero essere lasciti all’azione educativa di forze «dissolvitrici e pervertitrici», causa, tutto ciò, secondo Pio XII, di «infezione morale e fisica». Di qui, la rivendicazione di dare una salda base religiosa alla educazione della gioventù italiana, con il primato della famiglia (e della Chiesa) sullo Stato.
Fu il democristiano Aldo Moro, relatore di maggioranza in Costituente, a farsi portavoce della convinzione della Chiesa cattolica che l’educazione dei giovani spettasse, in primissima istanza, alla famiglia (in quanto prima forma associativa fra le persone). Altri settori del mondo cattolico, come, per esempio, gli ambienti intorno alla rivista «Civiltà Cattolica», oppure, gli intellettuali legati alla «Fidae» (Federazione degli istituti dipendenti dall’autorità ecclesiastica), sostenevano posizioni e idee molto più radicali, come il convincimento che spettasse all’autorità ecclesiale la definizione dei principi educativi, e che, di contro, l’autorità statale dovesse assicurare il quadro giuridico (e organizzativo) generale della scuola, non i contenuti. La bozza presentata da Moro, pur tenendo conto delle richieste vaticane (finanziamento statale alle scuole private e insegnamento della religione cattolica non opzionale), non prevedeva un ruolo subalterno per lo Stato (rispetto alla famiglia). Forze politiche e ambienti intellettuali di sinistra e terzaforzisti (liberali e azionisti), proprio su questi due aspetti cari al Vaticano diedero battaglia, insistendo che la Carta costituzionale riconoscesse l’istruzione come «funzione dello Stato». La mediazione di Palmiro Togliatti, leader comunista, servì a formulare un dettato costituzionale più morbido: «l’istruzione è fra le precipue funzioni dello Stato».
L’odierna vittoria di Valditara, con l’approvazione del suo DDL, che prevede il «consenso informato» delle famiglie (in assenza del quale non viene offerto un percorso formativo, nella scuola pubblica), rinvia, dunque, a uno scontro politico-culturale che ha radici remote.