Un papà e l'autismo: cronaca di un cambiamento nato dall'osservazione
Dallo smarrimento iniziale alla competenza. Intervista all'autore di "Un papà e l'autismo. Storia vera di un cambiamento"
Antonio Vece è il papà di un ragazzo autistico. Per sostenere al meglio il figlio, Antonio ha scelto di mettersi in gioco in prima persona, intraprendendo lo studio della scienza del comportamento per trasformarsi in un genitore-educatore consapevole. Il suo libro, "Un papà e l'autismo. Storia vera di un cambiamento", documenta questa evoluzione: non una semplice testimonianza, ma il passaggio cruciale dallo smarrimento iniziale alla competenza. Attraverso lo studio dell'ABA, Antonio ha cambiato il suo modo di osservare la realtà, offrendo a se stesso e a suo figlio nuovi strumenti per comunicare e crescere insieme.
Nel sottotitolo parli di cambiamento. Cosa ti ha fatto capire che dovevi davvero cambiare prospettiva come padre?
Ho capito che dovevo cambiare prospettiva nel momento in cui mi sono reso conto che continuare a guardare mio figlio attraverso le aspettative che avevo costruito nella mia mente mi faceva soffrire e, soprattutto, non aiutava lui. Da padre, all’inizio, cercavo risposte veloci, soluzioni immediate, perfino una sorta di “ritorno alla normalità”. Poi ho compreso che non era lui a dover entrare nel mio modo di vedere il mondo: ero io a dover imparare a osservare, capire e costruire strumenti nuovi. Il cambiamento è iniziato quando ho smesso di chiedermi “perché sta succedendo a noi?” e ho iniziato a chiedermi “cosa posso fare, concretamente, per diventare il padre di cui mio figlio ha bisogno?”.
Qual è la scoperta più sorprendente o il "dono" che questa esperienza ti ha regalato e che non immaginavi all’inizio?
Il dono più grande è stato capire che dentro una difficoltà enorme può nascere una trasformazione profonda. Questa esperienza mi ha costretto a crescere, a formarmi, a guardarmi dentro, a diventare più forte ma anche più sensibile. Mi ha insegnato che l’amore, da solo, è fondamentale ma non sempre basta: va accompagnato dalla comprensione, dalla pazienza, dalla competenza. E forse la scoperta più sorprendente è stata proprio questa: quello che all’inizio vivevo solo come fatica, col tempo è diventato anche una chiamata alla responsabilità, alla consapevolezza e a una forma di amore più concreta, più matura, più vera. Tutto questo ha cambiato la mia filosofia di base: oggi osservo ogni evento e cerco di trarne un’opportunità.
Il libro sottolinea l’importanza della formazione. Quanto credi sia necessaria per gestire al meglio le sfide quotidiane?
Credo che la formazione sia essenziale. Quando arriva una diagnosi, molti genitori si trovano travolti da emozioni fortissime, opinioni contrastanti e informazioni confuse. In quel caos, la formazione diventa una bussola. Non significa diventare terapeuti, ma acquisire gli strumenti minimi per capire cosa si sta osservando, per fare domande migliori e per riconoscere ciò che è utile da ciò che è solo rumore. Un genitore formato è un genitore più lucido, più presente, meno in balia della paura. E questo può fare una differenza enorme nella vita quotidiana di una famiglia.
In che modo la scelta del cambiamento ha trasformato concretamente la tua vita di ogni giorno?
La scienza del comportamento ha trasformato profondamente il mio modo di leggere la realtà. Ho compreso che ogni comportamento ha una storia, un contesto e delle conseguenze che lo mantengono. Questa consapevolezza mi ha reso meno impulsivo: ho imparato a fermarmi prima di reagire, a chiedermi cosa precede un comportamento e cosa possa essere modificato nell’ambiente o nelle mie risposte. Nella vita quotidiana questo significa passare dalla frustrazione alla comprensione. Ma il cambiamento non si è fermato al ruolo di padre: ha toccato il mio modo di relazionarmi e di guardare me stesso. Mi ha insegnato che comprendere è molto più utile che giudicare.
Quale consiglio daresti a un genitore che ha appena ricevuto la diagnosi e si sente comprensibilmente smarrito?
Direi di concedersi il diritto di sentirsi smarrito, ma di non fermarsi lì. Dopo il primo impatto emotivo, diventa fondamentale cercare strumenti concreti: formazione, riferimenti seri e professionisti competenti. Un genitore ha bisogno non solo di essere rassicurato, ma di essere accompagnato a capire. La diagnosi è un inizio, non una fine. E da quell’inizio si può partire per costruire, passo dopo passo, un cammino più consapevole e più concreto.
Quale impronta speri che questo libro lasci nel cuore di chi non vive direttamente la vostra situazione?
Spero lasci comprensione. Vorrei che chi legge riuscisse ad avvicinarsi con più sensibilità e meno giudizio a realtà che spesso vengono osservate solo da fuori. Dietro ogni famiglia ci sono battaglie silenziose. Ma spero anche che il libro sia un ponte verso gli strumenti: il mio desiderio è rendere certi approcci complessi più umani e avvicinabili, così che un genitore possa sentirsi meno solo e più accompagnato in questo percorso.
A chi senti di dedicare maggiormente questo lavoro?
Lo dedico prima di tutto a mio figlio, perché è stato lui a condurmi verso questa trasformazione. Lo dedico alla mia famiglia e a tutti quei genitori che combattono ogni giorno nel silenzio. Lo dedico a chi si sente solo e smarrito. E infine, a tutte le persone che mi hanno aiutato a formarmi, in modo particolare alla "docente" e a chi mi ha fatto incontrare l'analisi del comportamento applicata, offrendomi gli strumenti per leggere la realtà in modo diverso.