Violenza a scuola, Benenati: «Ascoltiamo i ragazzi»
Al convegno di Napoli, la giornalista invita a comprendere il disagio giovanile e a superare il sensazionalismo.
Violenza nelle scuole, Cristina Benenati: «Per prevenire bisogna entrare nel mondo dei ragazzi e imparare ad ascoltarli»
Al convegno di Napoli, la riflessione della giornalista sul disagio giovanile, sul ruolo dei media e sulla necessità di comprendere le nuove generazioni oltre il sensazionalismo della cronaca.
Non basta raccontare gli episodi di violenza che coinvolgono gli adolescenti. Occorre interrogarsi sulle ragioni profonde di quei comportamenti, sul disagio che spesso li precede e sul mondo nel quale i giovani crescono, comunicano e costruiscono la propria identità.
È questo il messaggio centrale dell'intervento di Cristina Benenati al convegno di Napoli dedicato al tema della violenza nelle scuole. Un contributo affidato a un videomessaggio, nel quale la giornalista ha proposto una riflessione sul rapporto tra adolescenti, adulti, informazione e prevenzione.
«Mi sarebbe piaciuto veramente molto essere presente con voi oggi», ha esordito Benenati, richiamando l'attenzione su un fenomeno che continua a occupare le cronache, anche internazionali, e citando un recente episodio avvenuto in Francia.
Il punto di partenza della sua analisi è una domanda che riguarda direttamente il modo in cui la società affronta la violenza giovanile: quanto spazio viene realmente concesso alla voce dei ragazzi?
«Sono intervenuti tutti, soprattutto dopo gli ultimi clamorosi casi, dallo psicologo al parente della vittima, dal preside al sociologo, dal politico allo psicanalista. Ma ho sentito poco dare parola ai ragazzi», ha osservato.
Una considerazione che chiama in causa non soltanto il sistema educativo, ma anche il mondo dell'informazione e il dibattito pubblico.
Oltre la cronaca, comprendere il disagio
Secondo Benenati, quando si verifica un episodio di violenza nelle scuole, l'attenzione si concentra inevitabilmente sui fatti, sulle responsabilità e sulle conseguenze. Molto più raramente, però, si prova a comprendere ciò che accade nella mente e nella vita dei giovani coinvolti.
«Ci chiediamo spesso che cosa ha fatto questo ragazzo, raccontiamo che cosa è successo, ma dovremmo chiederci, spendendo un po' più tempo forse e meno ricerca di sensazionalismo, lo dico anche da addetta ai lavori, che cosa ha nella testa, che cosa sta vivendo e soprattutto in quale mondo sta crescendo».
È proprio su questo passaggio che si concentra uno degli aspetti più significativi del suo intervento: la necessità di superare una narrazione esclusivamente emergenziale della violenza, per costruire una riflessione capace di affrontarne le cause.
La cronaca racconta ciò che accade. La prevenzione, invece, richiede uno sforzo ulteriore: ascoltare, interpretare i segnali del disagio e comprendere i contesti nei quali si sviluppano determinati comportamenti.
Il mondo digitale e la distanza tra adulti e adolescenti
Un altro elemento centrale della riflessione riguarda la distanza tra le generazioni.
I ragazzi vivono immersi in un universo digitale fatto di social network, chat, nuovi linguaggi e modelli di successo che cambiano rapidamente. Un ambiente che gli adulti, troppo spesso, conoscono soltanto superficialmente.
«I ragazzi di oggi abitano un mondo che noi adulti spesso osserviamo da fuori», ha sottolineato Benenati, richiamando l'attenzione su «social, chat, modelli di riferimento di successo, linguaggi e regole che cambiano alla velocità del suono, alla velocità di uno scroll».
Una trasformazione che pone interrogativi importanti sul ruolo della famiglia, della scuola e delle istituzioni educative.
Comprendere il linguaggio degli adolescenti non significa necessariamente condividerne ogni comportamento, ma acquisire gli strumenti per dialogare con loro, riconoscere le difficoltà e individuare possibili situazioni di rischio.
«Comprendere non significa giustificare»
Benenati ha voluto chiarire un punto essenziale, evitando qualsiasi equivoco rispetto alla gravità degli episodi di violenza.
«Questo sicuramente non significa giustificare assolutamente la violenza, al contrario significa provare a comprenderla per poterla prevenire».
È una distinzione fondamentale: cercare le cause di un comportamento violento non equivale ad assolverne gli autori, ma rappresenta un passaggio necessario per affrontare il fenomeno in modo consapevole.
La prevenzione, in questa prospettiva, non può limitarsi alla repressione dei singoli episodi. Deve passare anche attraverso la capacità degli adulti di stabilire relazioni autentiche con i giovani, ascoltarne le paure e comprenderne i riferimenti culturali.
«Se vogliamo educare, dobbiamo prima di tutto entrare nel loro mondo, ascoltarli, capire come comunicano, che cosa li influenza».
Una responsabilità anche per il mondo dell'informazione
Nelle parole di Cristina Benenati emerge anche una riflessione sul ruolo del giornalismo.
La ricerca del sensazionalismo, soprattutto quando riguarda episodi di violenza commessi da adolescenti, rischia di ridurre storie personali complesse a fatti di cronaca destinati a esaurirsi nel ciclo delle notizie.
Raccontare responsabilmente questi fenomeni significa invece dedicare spazio all'approfondimento, evitare semplificazioni e interrogarsi sulle condizioni sociali, relazionali e culturali nelle quali maturano i comportamenti violenti.
Un approccio che richiede attenzione anche alla tutela dei minori e al rischio di emulazione, due aspetti che la stessa giornalista ha richiamato nel suo intervento.
«Dietro a un comportamento violento c'è sempre una storia»
La conclusione del videomessaggio riassume il significato della riflessione proposta al convegno di Napoli.
«Perché sono così fragili? Perché dietro a un comportamento violento c'è sempre una storia e se noi non impariamo a leggere dentro questa storia resterà sempre solo un titolo sensazionalistico».
Un invito rivolto al mondo della scuola, alle famiglie, agli operatori dell'informazione e, più in generale, alla società adulta.
Ascoltare prima di giudicare, comprendere per prevenire, conoscere il mondo dei giovani per riuscire davvero a educare.
È questa la prospettiva che Cristina Benenati ha voluto portare al dibattito napoletano: spostare l'attenzione dal solo racconto della violenza alla comprensione delle fragilità che possono accompagnarla, affinché la cronaca non rimanga soltanto una successione di episodi drammatici, ma diventi anche occasione di riflessione e responsabilità collettiva.