Violenza giovanile a scuola. I metal detector e l’arretramento della formazione

Violenza a scuola. L'istituzione ha perso la sua sacralità

20 gennaio 2026 19:56
Violenza giovanile a scuola. I metal detector e l’arretramento della formazione -
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Violenza giovanile a scuola. I metal detector entrano a scuola. E la formazione?

Violenza a scuola. Il recente fatto di cronaca, dove un ragazzo ha perso la sua vita, ha generato un dibattito sulla sicurezza a scuola. Molte dichiarazioni sono fortemente condizionate dall'emotività che non sempre coesiste con la razionalità. Non vogliamo negare il problema-sicurezza. Esiste. Ha colonizzato il nostro orizzonte! E' un prodotto di una società malata, nevrotica e insoddisfatta. Difficilmente pensare che lo tsunami sociale non potesse toccare la scuola, già violentata da quei genitori che si avventano contro i prof. e il personale scolastico, percepiti da molti come degli sfigati. Non giriamoci intorno, la scuola ha perso la sua sacralità. Non è più un luogo separato, grazie al suo fine istituzionale di formare i ragazzi. La modernità l'ha resa profana, indistinguibile rispetto all'esterno. Il suo spazio è stato colonizzato dai paradigmi dell'ottimizzazione, dell'efficienza, delle competenze. Il linguaggio lento e riflessivo della formazione è stato sostituito da quello superficiale e veloce dei test invalsi. L'autonomia scolastica ha generato il progettificio, finalizzato alla vetrinizzazione (altro paradigma della postmodernità) delle scuole (Open day), dove conta l'apparenza nasconde la sostanza curricolare.

Bene i metal detector, ma l'educazione?

Con l'introduzione selettiva dei metal-detector il problema violenza non sarà risolto. Sicuramente la soluzione risponde all'esigenza di risposte rapide e semplificate. Nei primi tempi servirà a rassicurare un'utenza impaurita e insicura, ma l'aggressività latente non diminuirà, troverà altri modi per continuare ad essere presente a scuola. A. Prisciandaro ha pubblicato un interessante articolo. Analizza alcune dichiarazioni del Ministro, dalle quali emerge "una narrazione emergenziale, securitaria, spesso emotiva, in cui l’educazione è evocata come parola, ma raramente praticata come politica". Uno dei passaggi interessanti è il seguente: "Il punto è chiedersi cosa accade quando la sicurezza prende progressivamente il posto dell’educazione. Metal detector, controlli, misure straordinarie possono forse rassicurare l’opinione pubblica, ma non costruiscono competenze relazionali, né prevengono il disagio. La scuola non è un luogo da presidiare: è un ambiente educativo da abitare. Quando la risposta politica alla violenza è prevalentemente securitaria, significa che l’educazione è già stata data per persa".

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