Non voglio, certo, imbarcarmi in un viaggio periglioso tra modelli sociali (anche perché non sono uno specialista), tra «patriarcato», «matriarcato», «filiarcato», e chi più ne ha di definizioni, più ne metta. No. Ma la violenza (sempre più ricorrente e atroce), e il totale disorientamento (non solo giovanile), deve spingere, chi ha la responsabilità e le competenze per farlo (educatori, teorici, filosofi, epistemologi, antropologi, teologi, ecc. ecc.), a elaborare nuovi modelli, nuovi paradigmi, in modo da suggerire percorsi collettivi da intraprendere, per andare oltre lo scontro tra patriarcato e/o matriarcato (che pari sono, se, in entrambe le ipotesi, si finisce, come storicamente è stato, per non riconoscere l’altro da sé, e per capovolgere soltanto i rapporti di forza e di potere, a vantaggio dell’uno e/o dell’altro). Se partissi dalle semplici definizioni (da dizionario), annoterei, infatti questo:

Patriarcato:

«Tipo di organizzazione famigliare (contrapposto a matriarcato ) in cui i figli entrano a far parte del gruppo cui appartiene il padre, da cui prendono il nome e i diritti che essi a loro volta trasmettono ai discendenti diretti o prossimi nella linea maschile».

Matriarcato:

Secondo le teorie antropologiche del sec. XIX, struttura sociale basata sul predominio assoluto della donna sul gruppo.

Non se ne uscirebbe, dunque, dalla situazione attuale, con un semplice capovolgimento. Non è questa la strada da intraprendere. Lo sforzo dev’essere molto più grande (e inedito), per andare oltre una vita concepita sui rapporti di forza e di potere (sessuale, culturale, religioso, economico, sociale, politico, ecc.). Scriveva bene il giovane Marx, nei suoi Manoscritti economico-filosofici del 1844, quando sosteneva che, appunto, il grado di civiltà di una società si misura proprio attraverso la qualità del rapporto uomo-donna.

Una poetessa meridionale del XVII secolo, di Acquaviva delle Fonti (Ba), Maria Antonia Scalera, in un sonetto intitolato Compiange le miserie del proprio sesso, utilizzando la parola «sesso», senza ricorrere a ipocrite espressioni sostitutive, come invece facciamo noi oggi (nel XXI secolo), aveva denunciato i «doppi lacci», le doppie catene, della donna: dapprima, quella del padre; poi, quella del marito. Toccò pure a lei, in vita, questo triste duplice destino di persona sottomessa: dapprima, al padre, che la chiuse in convento, e che, poi, la smonacò, e la costrinse a sposarsi. Il primo marito, a sua volta, fu la sua “seconda” catena; infatti, la trattò da «femmina», utilizzandola soltanto come corpo di suo possesso, utile per far figli, e basta. Rimasta vedova, la povera Maria Antonia tornò sotto la catena del padre, che le trovò un secondo marito! In seconde nozze, però, Maria Antonia fu più fortunata, con il nuovo marito la trattò da «donna»; si trasferirono a Roma, presso la famiglia Chigi, dove Maria Antonia poté splendere come poetessa. Questa è la prima quartina del sonetto nel quale vengono compiante le miserie del sesso femminile:

Dal sen materno, e da le fasce a pena

Spriggionato s’inceppa il sesso humile,

con doppi lacci a tirannia virile:

così femineo core il fato affrena.

Lucido grido di denuncia (lanciato già nel XVII secolo): il cuore delle donne è frenato dai «doppi lacci» della tirannia maschile.

Salvatore Quasimodo, in Uomo del mio tempo, nel pieno del disastro (e delle morti) della seconda guerra mondiale, portava il ragionamento più avanti, invitando i giovani lettori a «dimenticare i padri», visti gli orrori che quei padri avevano saputo fare (in circa 30 mila anni di storia “civile”).

Per tornare alla (triste) cronaca quotidiana, mi permetto di segnalare una canzoncina (lucidamente profetica) del 1964, interpretata dal Quartetto Cetra, Però mi vuole bene. In tono apparentemente scanzonato, e con uno stile decisamente pop (che in Italia avrebbe fatto scuola), i quattro musicisti denunciavano già in quel lontano 1964 l’amore criminale (maschile). Denunciavano ciò che amore non è. Ecco, infatti, il testo del (sarcastico) ritornello:

Però mi vuole bene…

Tanto bene!

Però mi vuole bene…

Tanto bene!

Mi vuole tanto bene…

Tanto bene!

Bene da morir…

Solo anni (e anni) dopo, sarebbero arrivati, nel nostro Paese, per un verso, le novità del cantautorato impegnato (ma serioso nei toni); per altro verso, il (celebratissimo) teatro canzone di Giorgio Gaber. Al Quartetto Cetra va, dunque, riconosciuto il merito di aver aperto, in Italia, una strada espressiva nuova, e di aver posto anzitempo l’accento su certe storture culturali.

Per chi volesse ascoltare la canzone del Quartetto Cetra, potrebbe fare click sul link seguente:

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