Bergamo, Crepet: “La violenza dei giovani non è improvvisa. La scuola torni a fare la scuola”
Dopo l’accoltellamento di un’insegnante da parte di uno studente tredicenne, lo psichiatra analizza segnali ignorati, ruolo della famiglia e crisi dell’autorevolezza educativa
Intervista esclusiva a Paolo Crepet sul caso di Trescore Balneario: disagio giovanile, social, scuola e responsabilità educative al centro del dibattito.
Non è un fulmine a ciel sereno. Non è un gesto improvviso, incomprensibile, isolato. L’accoltellamento di un’insegnante da parte di uno studente di 13 anni avvenuto il 25 marzo 2026 a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, riapre una questione che attraversa da tempo il mondo della scuola e della società: la violenza giovanile è davvero imprevedibile?
Per Paolo Crepet, la risposta è netta: no. I segnali ci sono, ma spesso non vengono colti o vengono sottovalutati. “Deve essere prevedibile, perché altrimenti significherebbe che siamo impotenti”, afferma. “Non nei dettagli, certo, ma nei segnali sì. Un disagio come questo non nasce da un giorno all’altro. E non nasce in contesti in cui tutto va bene, perché altrimenti ci prenderemmo in giro”. Il riferimento è a una dinamica ormai ricorrente: il disagio che matura nel tempo, spesso dentro contesti familiari fragili o complessi, e che poi trova nella scuola uno spazio di emersione. Non perché la scuola sia la causa, ma perché è uno dei luoghi principali di relazione e confronto per gli adolescenti.
“È evidente che esiste un disagio familiare e sociale che si riflette anche nella scuola”, spiega Crepet. “E la scuola, da sola, ha strumenti limitati. Però questo non può diventare un alibi: ciascuno deve fare la propria parte”. Tra gli elementi più inquietanti emersi nel caso di Bergamo, c’è la dimensione della premeditazione e della comunicazione del gesto. Il ragazzo, secondo le ricostruzioni, avrebbe manifestato il proprio disagio anche attraverso i social, arrivando a esplicitare un sentimento di ostilità e vendetta.
“Se un ragazzo accumula odio, lo scrive sui social, lo manifesta apertamente, arriva perfino a indossare una maglietta con scritto ‘vendetta’, è difficile sostenere che non ci fossero segnali”, osserva lo psichiatra. “Più chiaro di così”. Il punto, allora, non è solo individuare il singolo responsabile, ma interrogarsi sul sistema complessivo. “Comunità significa famiglia, scuola, sport, contesti educativi. Tutti devono accorgersi di quello che accade nella vita quotidiana di un ragazzo o di una ragazza. Se non ci si accorge nemmeno di questi segnali, è evidente che poi si può arrivare a forme di violenza inaudita”. E anche quando non si arriva a gesti estremi, il disagio resta, cresce, si radica. “Questo è il punto più preoccupante: non sono solo i casi eclatanti. È tutto ciò che sta sotto, che non vediamo o non vogliamo vedere”. Sul ruolo della scuola, Crepet invita a evitare scorciatoie. Il dibattito pubblico, negli ultimi anni, si è concentrato molto sull’uso degli strumenti digitali e dei social network. Un tema rilevante, ma non risolutivo.
“La scuola deve cambiare, perché il mondo è cambiato. Ma deve tornare a fare la scuola”, sottolinea. “Io posso anche condividere l’idea di regolamentare l’uso delle tecnologie digitali, ma attenzione: togliere senza dare alternative non funziona. Non si può pensare di sottrarre qualcosa ai ragazzi senza offrire altro: progetti, idee, visioni educative”.
Il rischio, altrimenti, è quello di affrontare un problema complesso con soluzioni semplicistiche. “Una riflessione seria sul rapporto tra crescita dei giovani e social media è inevitabile, ma va fatta senza contrapposizioni ideologiche, con equilibrio”. Uno dei passaggi più netti dell’analisi riguarda il rapporto tra scuola e famiglia. Negli ultimi anni, la crescente presenza dei genitori nella vita scolastica – tra contestazioni, ricorsi, pressioni – ha modificato profondamente gli equilibri.
“Io sono un fautore della scuola, ma non dei genitori dentro la scuola”, afferma Crepet. “La scuola deve riguardare gli insegnanti e gli studenti. Questa eccessiva commistione di interessi e giudizi ha tolto autorevolezza alla scuola, senza risolvere nulla”. Un’affermazione destinata a far discutere, ma che intercetta un sentimento diffuso tra molti docenti. La perdita di autorevolezza dell’istituzione scolastica è infatti uno dei temi centrali nel dibattito educativo contemporaneo.
“La scuola deve tornare ad essere autorevole”, insiste Crepet. “E questo significa anche ridefinire i ruoli”
Infine, una riflessione sulla valutazione e sul clima emotivo vissuto dagli studenti. “La scuola non può ridursi a interrogazioni, compiti e pagelle. Occorre ripensare anche gli strumenti valutativi. I ragazzi vivono spesso uno stato d’ansia che va compreso”. Non si tratta di rinunciare alla valutazione, ma di darle un senso educativo più ampio. “La scuola deve valutare, certo, ma anche educare e accompagnare”. In questo quadro, anche il tema dell’autonomia scolastica torna al centro. “È stata una grande opportunità”, conclude Crepet. “Ora bisogna capire se sarà davvero utilizzata per cambiare, o se resterà solo sulla carta”. Il caso di Bergamo, allora, non è solo un fatto di cronaca. È uno specchio. E, come tutti gli specchi, può essere ignorato oppure guardato fino in fondo.