Contrattare nella scuola: un'intervista ad Attilio Varengo (CISL Scuola)

Materie, perimetri, potere reale. Cosa resta al sindacato quando la politica decide in alto e il dirigente decide in basso.

29 maggio 2026 17:24
Contrattare nella scuola: un'intervista ad Attilio Varengo (CISL Scuola) - La Voce della Scuola
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C'è una domanda che nel dibattito sulla scuola italiana viene posta spesso ma senza la necessaria franchezza: che cosa dipende dal sindacato di davvero significativo? La domanda non è retorica, e non è nemmeno ostile al sindacato in quanto istituzione. È semplicemente la premessa necessaria per capire cosa si è discusso il 26 maggio all'ARAN, nel secondo incontro sulla parte normativa del CCNL 2025-2027 del comparto Istruzione e Ricerca.

La parte economica è già chiusa, firmata il primo aprile. Quello che resta sul tavolo sono i diritti, le procedure, le materie su cui i sindacati possono o non possono aprire bocca in modo vincolante. È una trattativa che, a prima vista, sembra tecnica, ma non lo è. È una trattativa sul potere del sindacato e dei lavoratori che rappresenta.

Per capirlo, occorre fare un passo indietro. Negli ultimi trent'anni lo spazio dentro cui il contratto collettivo nazionale opera nella scuola si è progressivamente ristretto, per effetto di una doppia pressione. Da un lato, le grandi decisioni, organici, autonomia scolastica, sistemi di valutazione, stato giuridico degli insegnanti, percorsi di carriera. Sono state progressivamente ricondotte alla sede legislativa e ministeriale, sottraendole alla contrattazione. La legge 107 del 2015, la cosiddetta Buona Scuola, ne è l'esempio più vistoso. Con un solo provvedimento ha spostato al dirigente scolastico un insieme di prerogative che in precedenza erano oggetto di negoziazione collettiva con i sindacati a livello di istituto. Dall'altro lato, anche ciò che formalmente resta nella sfera delle relazioni sindacali è stato in larga parte depotenziato e molte materie che un tempo erano oggetto di contrattazione, cioè di un accordo che entrambe le parti devono firmare perché abbia efficacia, sono state ricondotte al semplice "confronto", a una procedura che obbliga le parti a sedersi allo stesso tavolo, ma non a raggiungere alcun risultato vincolante. L'amministrazione ascolta, poi decide da sola.

Il risultato è una forbice. In alto, il Ministero e il Parlamento decidono le regole del gioco. In basso, il dirigente scolastico gestisce la quotidianità con una discrezionalità che la legge ha progressivamente ampliato. Nel mezzo, in quello spazio che dovrebbe essere il terreno elettivo della contrattazione collettiva nazionale, rimane sempre meno.

Ma c'è una questione ancora più radicale, che il dibattito interno al tavolo ARAN tende a lasciare sullo sfondo. Michele Tiraboschi, professore di diritto del lavoro all'Università di Modena, l'ha posta recentemente in termini netti. Quella del settore pubblico è una contrattazione senza mercato e senza veri antagonisti. Nel privato, il contratto collettivo nasce da un conflitto reale tra parti che hanno interessi opposti e risorse proprie da mettere in gioco. Nel pubblico, i salari sono posta di finanza pubblica, quindi li decide la politica, non l'esito di una trattativa. Il contratto collettivo, in questo quadro, tende a diventare una fonte regolamentare, uno strumento di organizzazione del lavoro più che di redistribuzione del potere. Le vacanze contrattuali lunghissime, i rinnovi sistematicamente retroattivi, le dinamiche decise più nelle leggi di bilancio che ai tavoli negoziali: sono tutti sintomi della stessa patologia strutturale.

Detto questo che è la cornice dentro cui si svolge qualsiasi trattativa scolastica, la proposta avanzata dalla CISL Scuola al tavolo del 26 maggio acquista un significato preciso. Ivana Barbacci e i suoi non stanno chiedendo di cambiare la natura del sistema, stanno chiedendo di spostare alcune materie dal "confronto", procedura senza esiti vincolanti, alla contrattazione vera, quella che produce un testo che entrambe le parti devono firmare. È una richiesta che lavora dentro i vincoli esistenti, non contro di essi. Ma è anche l'unica che pone una questione di metodo prima ancora che di merito, non chiede cosa negoziare, ma come e con quale forza.

Le altre sigle presenti al tavolo si sono mosse diversamente. Tutte richieste legittime, e alcune hanno toccato nervi scoperti della vita quotidiana nelle scuole. Ma tutte lavorano dentro un perimetro che non mettono in discussione. Ottengono, se vanno bene, risultati di merito. Non spostano la questione degli spazi di potere reale.

Resta allora la domanda che nessuno al tavolo può permettersi di formulare ad alta voce, e che questa intervista prova a porre in modo indiretto. Se il sindacato nella scuola ha perso progressivamente terreno, verso l'alto, dove decide la politica, e verso il basso, dove decide il dirigente, chi ha interesse a che le cose cambino, e chi ha interesse a che restino esattamente così?

La risposta ovvia è che i lavoratori ci guadagnerebbero. Quella meno ovvia è che anche l'amministrazione, almeno in linea di principio, potrebbe trarne beneficio, perché un accordo condiviso è più stabile di una decisione unilaterale, e un personale che si riconosce nelle regole lavora meglio di uno che le subisce. È la tesi del "dialogo sociale come buon governo", una tesi vera ma che non risponde esplicitamente alla domanda.

A chi conviene, allora, che il sindacato abbia più potere reale? Un'amministrazione che oggi può decidere da sola acquisterebbe davvero qualcosa da un sindacato più forte, ma cederebbe qualcosa la discrezionalità di cui si è appropriata in questi anni. E la discrezionalità, nelle istituzioni pubbliche italiane, non è mai stata ceduta volentieri.

Questo non significa che la battaglia della CISL sia inutile. Significa che si svolge in un campo inclinato, dove la controparte ha tutto l'interesse a essere presente al tavolo, ma nessun interesse a che il tavolo conti davvero.

È per questo che l'intervista che segue va letta con questa premessa in mente. Le risposte di Attilio Varengo sono utili, precise, a tratti politicamente coraggiose. In particolare, il riconoscimento della voglia di "disintermediazione trasversale agli schieramenti" è un'ammissione che non si sente spesso a questi livelli.

L' INTERVISTA AD ATTILIO VARENGO

Varengo, La CISL chiede di ampliare le materie di contrattazione, non solo di difenderle. È una scelta diversa rispetto agli altri. Da dove nasce?

Una scelta che al tavolo ha comunque trovato l’adesione anche di altre sigle. La motivazione è da ricondurre a due ragioni: la prima è che, in diverse occasioni, il confronto non ha sortito gli effetti desiderati. La seconda, che alcune materie attualmente oggetto di confronto possono e secondo noi “devono” diventare oggetto di contrattazione, in coerenza con quanto prevede il testo unico sul pubblico impiego. Un esempio per tutti: la ripartizione delle risorse del fondo per le posizioni economiche. Trattandosi di risorse finalizzate a compensi di natura accessoria, dunque di retribuzione, per noi devono essere oggetto di contrattazione e non di semplice confronto.

Nel testo del CCNL 2019/2021 quante materie sono state spostate dal "contratto" al semplice "confronto"? Quanto terreno è stato perso concretamente?

Per la verità il CCNL 2019/21 per quanto riguarda le relazioni sindacali non ha fatto passi indietro, ha semplicemente assunto quanto già previsto dal CCNL 2016/18. Resta il fatto che oggi è quanto mai necessario dare più forza allo strumento della contrattazione, recuperando spazi che la politica tende a riservare a sé stessa. Siamo anche convinti che ne trarrebbe beneficio anche la stessa azione amministrativa, in termini di qualità e di efficacia di intervento.

È un fatto che il sindacato nella scuola si trovi in una specie di forbice: le grandi decisioni vengono prese al livello ministeriale (organici, autonomia, valutazione), e quelle operative al livello del singolo istituto, dove il dirigente ha ampi poteri discrezionali. Cosa rimane, oggi, nel mezzo — cioè nello spazio dove il contratto nazionale dovrebbe operare?

Valorizzare quanto più possibile la contrattazione, a tutti i livelli, è da sempre una strategia che caratterizza l’azione della Cisl. Non mancano esempi della nostra determinazione in questo senso, ne cito uno: quando per legge furono imposti vincoli alla mobilità dei docenti, altri preferirono fermarsi alla protesta, noi cercammo e trovammo al tavolo di contrattazione integrativa soluzioni che attenuavano notevolmente l’impatto di quei vincoli, firmando per questo da soli un contratto che liberò dai vincoli migliaia di docenti. A dimostrazione che quella seguita era la via giusta, perché risolveva i problemi che altri si limitavano a denunciare, tutti i contratti successivi hanno poi seguito grosso modo la falsariga di quello che avevamo firmato solo noi. Possiamo dire che il tempo è stato galantuomo.

C'è chi dice che le RSU nelle scuole siano diventate organismi prevalentemente notarili — registrano ciò che il dirigente ha già deciso. Lei è d'accordo con questa lettura?

Assolutamente no. L’impegno di una RSU è diventato sicuramente più pesante: la stratificazione di norme, anche contrattuali, la complessità organizzativa della scuola e le criticità che riguardano il personale in parte irrisolte, con attese che, nonostante i passi avanti fatti con i rinnovi contrattuali, sono ancora alte. Proprio per questo come Cisl Scuola abbiamo intensificato le azioni di supporto a chi fa parte di una RSU, fortemente sostenute dalle nostre strutture territoriali anche in termini di formazione. Nel frattempo, stiamo cercando di ampliare le sfere di competenza delle relazioni sindacali di istituto, per esempio facendo sì che alcune materie rimesse al potere “datoriale” del dirigente siano oggetto di confronto. Per esempio sulla questione del lavoro agile, già oggi diventata oggetto di confronto e che nel futuro contratto potrebbe essere oggetto di contrattazione, almeno per quanto riguarda i criteri di attribuzione.

Le altre sigle hanno presentato richieste di merito — buoni pasto, deroghe alla mobilità, intelligenza artificiale. Sono obiettivi legittimi e in effetti anche popolari, ma dentro un perimetro che non si discute. Non c'è il rischio che, ottenendo qualcosa su questi fronti, la discussione si chiuda legittimando implicitamente lo spazio contrattuale che voi vorreste più largo?

Ogni sigla fa le richieste che vuole, e dovrà poi rendere conto di cosa e quanto ha ottenuto, rispetto agli obiettivi dichiarati. La demagogia, come le bugie, ha le gambe corte: non a caso, salvo piccole eccezioni, gli ultimi contratti portano la firma di tutte le sigle rappresentative, per la parte economica. Con l’unica eccezione della mancata firma, sul rinnovo 2022/24, della CGIL, che però ha firmato il primo aprile il rinnovo 2025/28.  E siccome alcune delle richieste, come i buoni pasto, hanno un costo economico, ricordo che tutti, dico tutti i sindacati firmatari del recente accordo hanno convenuto che le risorse disponibili fossero tutte utilizzate per incrementi alle retribuzioni tabellari.

Sui vincoli alla mobilità, tutte le soluzioni fin qui trovate nascono dal protagonismo della Cisl Scuola ai tavoli negoziali e di confronto con l’Amministrazione. All’ARAN siamo stati noi per primi a chiedere di rafforzare le competenze della contrattazione integrativa a livello nazionale. Così come si deve al nostro pressing sulle forze politiche l’approvazione di modifiche al Decreto-legge 19/2026, che ampliano le deroghe ai vincoli di legge, modifiche da ricondurre ora nell’ambito del contratto. Lo stesso vale per la formazione continua incentivata e la figura del docente stabilmente incentivato, questioni anch’esse da riportare alla disciplina negoziale, come prevede lo stesso testo di legge grazie alle modifiche da noi sollecitate e ottenute.

La compressione dello spazio contrattuale nel pubblico impiego, però, non è un fenomeno recente. La riforma Brunetta del 2009 ha segnato un punto di svolta esplicito: molte materie sono uscite dalla contrattazione per decreto. Da allora, ogni rinnovo ha cercato di recuperare terreno, con risultati parziali. Siamo davanti a una tendenza strutturale, o c'è ancora spazio per invertire la rotta?

Per avere più spazi, bisogna intanto essere molto decisi e determinati nel conquistarli e difenderli, che significa soprattutto praticarli. Contrattare è un impegno difficile, molto più faticoso della semplice protesta, che se non approda a soluzioni rimane del tutto sterile. Il buon sindacalista si giudica non dalle proposte che fa, ma dai risultati che ottiene. Una regola aurea su cui si fondano il prestigio e la credibilità del sindacalismo confederale. Detto questo, non c’è dubbio che la cosiddetta “disintermediazione”, ossia la tendenza della politica ad accentrare su di sé il potere di decisione, a scapito del confronto con le rappresentanze sociali, è da tempo presente e in modo abbastanza trasversale fra gli schieramenti. Si potrebbe allargare il discorso più in generale, se pensiamo all’enfasi posta talvolta sul tema della “governabilità” anche a scapito della “rappresentatività” del sistema politico: ma che le relazioni sindacali qualcuno le veda come “lacci e lacciuoli” di cui disfarsi è storia vecchia, e dura a morire. Però insisto: la contrattazione si valorizza prima di tutto praticandola con convinzione. Chi pensa sia preferibile enfatizzare la protesta, forse non capisce che sta lanciando un boomerang.

L'Aran ha posto il vincolo del "costo invariato". Ampliare le materie di contrattazione — senza spesa — è davvero possibile, o è un obiettivo che richiede una battaglia politica che non si vince al tavolo?

Assolutamente sì. Ci sono molti istituti che andrebbero aggiornati. Buona parte delle disposizioni oggi vigenti risalgono al CCNL 2006/09. In venti anni tanto è cambiato, anche e soprattutto la scuola. È quindi indispensabile mettere mano a una manutenzione del testo per renderlo più conforme e coerente con il lavoro che più di un milione di lavoratori prestano quotidianamente.

Se questa trattativa si chiudesse senza allargare il perimetro della contrattazione, cosa sarebbe del sindacato senza armi pericolose per la controparte?

Non voglio nemmeno prendere in considerazione una simile conclusione. Tutti i contratti hanno determinato, sempre, un miglioramento delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro. Faccio un altro esempio. Se anche solo le prerogative della contrattazione integrativa sulla mobilità venissero estese, già questo rappresenterebbe un grande risultato. La messa a terra (come si usa dire oggi) dei nuovi ordinamenti professionali ATA sarebbe un ulteriore risultato positivo. Una migliore disciplina della possibilità di tenere riunioni collegiali da remoto favorirebbe una riduzione di costi da parte del personale pendolare e, c’è motivo di crederlo, migliorerebbe il funzionamento degli stessi organismi. E si potrebbero fare altri esempi

Per concludere, con onestà. A chi conviene che il sindacato aumenti il suo peso contrattuale? Forse ai lavoratori, certamente ai sindacati, ma alla controparte converrebbe? Conviene davvero avere un sindacato forte con cui trattare, o è più comoda una rappresentanza che gestisce il consenso senza potere reale?

Capisco la domanda, e anche la sottile vena provocatoria. Rispondo che tutti dovremmo sforzarci di non rimanere prigionieri di uno schema di pura contrapposizione. Noi siamo convinti – ma credo che sia una convinzione largamente presente anche in ambito sovranazionale – che il dialogo sociale sia uno dei fattori che favoriscono il “buon governo”. A maggior ragione quando si parla di beni e strutture pubbliche, come il sistema di istruzione e la scuola. A tutti i livelli, e più ancora a livello di istituzione scolastica, i risultati migliori si perseguono quando si condividono progetti sui quali si riesce a valorizzare la convergenza di interessi fra le parti. Un dirigente scolastico sa benissimo che una condizione di benessere lavorativo favorisce la qualità e l’efficacia dell’offerta formativa resa agli studenti e all’intera comunità in cui la scuola opera. L’Amministrazione stessa potrebbe testimoniare di quanto le relazioni sindacali ben condotte possano contribuire a migliorare l’efficacia dell’azione amministrativa. Quanto alla gestione del consenso, il sindacato - almeno questa è la visione della CISL - si cura del proprio, certamente non di quello di altri. E lo alimenta con la qualità delle proposte, col servizio che rende ogni giorno alle persone, con i risultati che riesce a costruire con la sua azione paziente e tenace.

Insomma. La CISL chiede di allargare gli spazi di contrattazione e quindi il potere reale nella gestione delle singole scuole. Lo fa con la sua cultura riformista: lento pede, passo dopo passo...

È tutto da capire se un allargamento di quegli spazi faccia parte della volontà politica dell’amministrazione. Ma la CISL spinge per lavorare su questo terreno.

Serve voglia di progettare e di faticare su periodi lunghi senza risultati eclatanti in tempi brevi. È la strada giusta? E l’alternativa qual è? L'alternativa, del resto, è già sotto gli occhi di tutti: qualche soldo per i buoni pasto, e la scuola resta in mano all'amministrazione.

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