Costruire ponti, non recinti

Riflessioni sulla formazione docente e la dignità dell’alunno nei contesti educative

30 maggio 2026 17:49
Costruire ponti, non recinti - La Voce della Scuola
La Voce della Scuola
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Abbiamo rivolto alcune domande al dottor Roberto Coni, pedagogista specializzato nei disturbi del neurosviluppo, partendo da una sua profonda e quanto mai necessaria riflessione condivisa sui social all'indomani dell'ennesimo, doloroso fatto di cronaca: il maltrattamento di un alunno con disabilità all'interno del contesto scolastico.

Nel suo intervento, il dottor Coni ha sollevato un velo su una realtà che troppo spesso si preferisce non vedere, sottolineando come il rispetto e la competenza debbano essere gli unici presupposti possibili nel lavoro con i minori.

Con lui abbiamo voluto sviscerare i nodi cruciali di questa emergenza: la necessità di saper decodificare la "crisi" non come una sfida ma come un messaggio, il confine invalicabile che separa l'autentica relazione educativa dall'addestramento coercitivo, l'urgenza di una formazione dei docenti che sia finalmente strutturata e relazionale e, infine, l'importance di introdurre presidi obbligatori come la supervisione pedagogica per tutelare la salute emotiva degli insegnanti e, di riflesso, la dignità degli alunni.

Ne è nata un'intervista intensa, lucida e priva di retorica, che vi proponiamo di seguito.

1. Decodifica del comportamento e "linee di fuga"

Non tutti gli alunni con disabilità manifestano comportamenti-problema, ma quando si verificano episodi di "crisi" – specialmente in presenza di barriere comunicative o sensoriali – l'adulto tende a interpretarli erroneamente. Quali sono le competenze fondamentali che mancano oggi ai docenti per comprendere che quel comportamento non è una sfida, ma la reazione a un ambiente non inclusivo?

Dott. Roberto Coni: «La competenza che oggi manca è la capacità di leggere il comportamento come un messaggio, non come un disturbo da estinguere. Spesso la "crisi" viene letta come una sfida all'autorità, ma è un errore di prospettiva: seguendo Fernand Deligny, penso che l'alunno stia spesso tracciando una propria "linea di vagabondaggio" per abitare un ambiente che non è stato pensato per lui. La nostra incompetenza sta nel voler forzare quelle mappe dentro i nostri confini, invece di imparare a decodificarle.

Come pedagogista, il mio lavoro che applico quotidianamente nel lavoro sul campo consiste nell'unire l'analisi rigorosa del comportamento alla capacità di accogliere, senza giudizio, la singolarità dell'altro. La "crisi" va letta, non semplicemente "gestita".»

2. Il confine tra educazione e "addestramento"

Come si scardina, a livello culturale e formativo, quella pericolosa visione autoritaria che confonde il controllo del comportamento con l'inclusione e il rispetto della dignità del bambino?

Dott. Roberto Coni: «L'addestramento è il tentativo di piegare l'altro per pura comodità dell'adulto; l'educazione, invece, è accogliere l'altro nel suo essere. Dobbiamo smetterla di parlare di "gestione della classe" e iniziare a parlare di relazione educativa.

La violenza che leggiamo nelle cronache scaturisce proprio dal tentativo fallimentare di negare la singolarità del bambino per sostituirla con una norma che è solo funzionale a chi insegna. Educare significa costruire ponti, non recinti. La dignità di un bambino è inviolabile, anche quando il suo modo di comunicare scardina i nostri schemi precostituiti.»

3. Struttura della formazione dei docenti

Ritiene che l'attuale sistema di specializzazione sia sufficiente o crede che ci sia un'urgenza di ripensare strutturalmente la formazione iniziale dei docenti (curricolari e di sostegno)?

Dott. Roberto Coni: «Il sistema attuale è troppo frammentato e sbilanciato sul teorico. La scuola non deve essere un luogo di trasmissione passiva, ma un laboratorio di vita cooperativa, come ci ha insegnato Célestin Freinet. Un docente formato deve saper gestire la complessità non imponendo un metodo dall'alto, ma costruendo insieme agli alunni tecniche di apprendimento che valorizzino il ritmo di ciascuno.

Dobbiamo superare la dicotomia tra docente curricolare e di sostegno: l'inclusione non è una delega, è un atto pedagogico collettivo. Serve una professionalità che sappia coniugare la pedagogia speciale con una solida competenza relazionale, rendendo la specializzazione un percorso continuo, non una mera pratica burocratica.»

4. Supervisione e gestione della frustrazione dell'adulto

«La dignità di un bambino non può dipendere dalla giornata no di un adulto». Quali strumenti strutturali – come ad esempio la supervisione pedagogica o il supporto psicologico continuo – dovrebbero essere introdotti obbligatoriamente nella scuola per aiutare i docenti?

Dott. Roberto Coni: «La "giornata no" dell'adulto non può ricadere sulle spalle dell'alunno; la dignità del bambino non può essere ostaggio della nostra fragilità emotiva. La supervisione pedagogica deve diventare obbligatoria: non come una valutazione, ma come uno spazio vitale di analisi e confronto tra pari.

Abbiamo bisogno di una supervisione di gruppo in cui il docente possa esporre i casi "critici" e riflettere sul proprio agito. Senza questo presidio, il rischio di burnout e quindi di agire violenza rimane concreto. Proteggere il docente attraverso la supervisione significa, in ultima istanza, proteggere il bambino.»

L'affondo pedagogico: Oltre il pietismo e la compassione

A chiusura dell'intervista, il Dottor Coni ci lascia con una riflessione densa e stringente che delinea i confini etici del lavoro educativo, ridefinendo il concetto stesso di inclusione scolastica:

«L'inclusione non è un atto di benevolenza, né può limitarsi al pietismo: sono concetti che non appartengono a una didattica che vuole essere davvero trasformativa. L'inclusione è un dovere professionale che richiede rigore etico e metodologico. Spesso la "passione" rischia di essere l'unica risposta a lacune formative strutturali; tuttavia, la passione è il motore, ma il timone deve restare la competenza pedagogica. Il mio approccio professionale punta a superare ogni forma di compassione in favore di risposte tecniche ed evolutive, che restituiscano al bambino la dignità di soggetto di diritti, promuovendone l'autonomia anziché l'adeguamento passivo.

Come ci ricordava Freinet, "non si prepara l'avvenire con l'addestramento". La scuola inclusiva deve essere una comunità che lavora con il bambino, valorizzando le sue potenzialità. Il vero salto di qualità sta nel trasformare la disabilità da "emergenza da gestire" a "opportunità di crescita collettiva". In questo senso, l'obiettivo seguendo la lezione di Deligny non è "normare" il bambino, ma contribuire a creare un ambiente scolastico che sia, finalmente, degno di essere abitato da lui.»

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