Cronache di una maturata: la trappola del “burnout”
Come distinguere la determinazione dalla produttività tossica
[Illustrazione di Clotilde Maria Ronza]
In un contesto sociale dinamico e sempre più interconnesso, è facile essere sovrastimolati da attività, impegni ed incarichi a cui spesso, per paura di deludere in primis se stessi, non si riesce a rifiutare. Per quanto volenterosi e determinati si possa essere, purtroppo è necessario tener conto anche del sacrificio e dello sforzo fisico e psicologico che si impiega in questa incessante corsa, onde evitare di arrivare stremati al traguardo e non riuscire neanche a vederlo: più o meno a quest’immagine si può paragonare il fenomeno del burnout, che coinvolge tanto gli studenti quanto i lavoratori.
A seguito di un’indagine condotta annualmente sul territorio nazionale per misurare l’efficienza e l’evoluzione del welfare aziendale, nota come Rapporto Censis-Eudaimon, nel 2025 un giovane su due tra i 18 e 34 anni sperimenta in ambito lavorativo sentimenti negativi, ansia e distacco emotivo, mentre tra gli studenti, come riporta l’indagine Campus condotta dall’Università degli Studi di Napoli Federico II, la percentuale sale ad oltre l’80% nelle settimane antecedenti gli esami. Non si tratta di semplice tensione o insicurezze: ci si trova dinanzi ad uno scenario di vero e proprio sgomento, dove la fanno da padrone l’insonnia e le crisi di panico, che molto spesso incidono anche al di fuori dell’ambito professionale ed educativo, coinvolgendo anche le relazioni interpersonali e il modo d’interfacciarsi alla vita. L’AGIA (Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza) ha a tal proposito svolto una consultazione tra oltre 7500 studenti della scuola secondaria, dalla quale è emerso che oltre la metà soffre perpetuamente di tristezza prolungata e stanchezza, non sa definire che emozioni sta provando oppure si definisce “ansios*” e “sol*”.
Sono questi i campanelli d’allarme che segnalano l’inizio o il perdurare di una fase di burnout, che non vanno confusi con il naturale ciclo di durata delle emozioni studiato dai ricercatori dell’Università di Leuven: infatti, proprio perché si tende a rimuginare sugli eventi, la tristezza è l’emozione più resistente al tempo, capace di influenzare lo stato d’animo di un individuo addirittura per 5 giorni!
Tuttavia, questo fenomeno del “bruciarsi lentamente” scaturisce generalmente da più di un singolo fattore e molto spesso è il frutto del perpetuarsi di cause esogene, come la competitività tra colleghi, le aspettative dei familiari e/o la mancanza di gratificazioni. A tali stimoli consegue poi un vero e proprio rovesciamento delle abitudini quotidiane, tra cui la tendenza all’isolamento e il desiderio intrinseco di sovraccaricarsi ulteriormente, per cercare di colmare quell’apparente inadeguatezza nello svolgere il proprio lavoro o nello studio; inoltre, nei casi più gravi, è capace persino di indebolire il sistema immunitario e gli effetti ristoratori del sonno, portando ad un lento ma deciso decadimento fisico oltre che psichico.
Una volta identificato, è importante riuscire a cogliere lo stato psico-fisico in cui ci si trova e cercare di migliorare le proprie abitudini, senza avere paura di rivolgersi ad uno specialista se ritenuto necessario. Riequilibrando il rapporto tra impiego e vita personale, dando così spazio anche alla socialità e alle proprie passioni, non solo il cervello potrà beneficiare delle pause per ricaricarsi, ma grazie all’imput di nuove fonti di stimolo potrà pian piano riprendere a carburare e addirittura incrementare le proprie prestazioni: meglio concedersi un No ogni tanto che dire troppi Sì col fiatone, perché la linea tra iperproduttività e burnout è estremamente sottile, quanto fragile.