Dante era comunista (dimostrazione semiseria)
«Dante era comunista», per via di questa costante sua insistenza sul principio di «uguaglianza»
Nella Divina Commedia è presente un’autentica ossessione per il numero (1, 3 e 9), e per la figura geometrica della circonferenza:
- Inferno (cerchi e bolge)
- Purgatorio (gironi)
- Paradiso (cieli e cori)
Tale duplice ossessione dantesca (per il numero, e per la figura geometrica della circonferenza), con tutto ciò che di simbolico, e di teologico (ma, aggiungerei, anche, di politico) questo comporta, sarebbe fin troppo facile dimostrare:
- 1 il poeta, 3 le guide
- 1 il poema, 3 le cantiche
- 3 le «fiere» iniziali, 3 gli arcobaleni finali
E potrei continuare, con decine e decine di altri esempi, attingendo anche alle tantissime (e sorprendenti) simmetrie presenti, di canto in canto, e di cantica in cantica. Del resto, Dante era figlio della sua terra toscana, che, anche nell’arte pittorica, scultorea e architettonica, prima e dopo l’età di Dante Alighieri, aveva espresso Dio in forma di numero, e di figure geometriche (e avrebbe continuato a farlo, nei secoli successivi, basti guardare le facciate delle cattedrali toscane, con tutti i fregi geometrici).
Ma procediamo con ordine, partendo dalla definizione matematica della figura della «circonferenza»:
«La circonferenza è il luogo geometrico dei punti del piano che si trovano alla stessa distanza da un punto fisso detto centro:
- centro, il punto fisso, da cui tutti i punti della circonferenza hanno la stessa distanza
- raggio, la distanza fissa, tra un qualsiasi punto della circonferenza e il centro; è anche il segmento che unisce il centro con un punto della circonferenza
- circonferenza vs cerchio, la circonferenza è solo la linea di contorno (una lunghezza), mentre il cerchio è l'intera superficie racchiusa all'interno della linea stessa (un'area)
Basterebbe già questa definizione matematica (da manuale) della circonferenza per sostenere le ragioni (politiche) del mio assunto: «Dante era comunista», per via di questa costante sua insistenza sul principio di «uguaglianza». So, per certo, di una commissione ministeriale (voluta da Valditara in persona), che sta analizzando seriamente (e approfonditamente) la questione delle ragioni (e della pericolosità culturale) dell’insistenza di Dante sul principio (teologico e politico, oltre che matematico) dell’uguaglianza (al quale, per altro, di recente, anche il M5S si è ispirato, con lo slogan «1 uguale 1»). Il mandato che la Commissione ha ricevuto è quello di motivare (politicamente) l’inadeguatezza contemporanea di Dante, e di escluderlo, pertanto, dal canone scolastico, come autore pericoloso (insomma, di ricollocarlo nell’«Indice dei libri proibiti», dove è stato confinato per secoli e secoli, per volontà della Chiesa). La lettura di Dante, secondo questo ragionamento ministeriale nuocerebbe gravemente alle menti delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, perché seminerebbe l’idea (simbolica, teologica e politica) dell’uguaglianza, a tutti i livelli, dall’Inferno, al Purgatorio e al Paradiso (nel cui mondo, a contatto con Dio stesso, Dante inserisce ben due sistemi di circonferenze: dapprima, i 9 cieli; poi, finiti i cieli fisici, i 9 cori angelici). Senza più indugi o titubanze, Dante va tolto dalle letture scolastiche, pena la corruzione delle studentesse e degli studenti, destinate a una perniciosissima deriva egalitaria e comunista.
Il lessico matematico (e la logica ferrea che lo sorregge) non lasciano scampo a differenti interpretazioni: «una uguaglianza matematica, infatti, è un'affermazione secondo la quale due espressioni hanno lo stesso valore, e vengono collegate dal simbolo =». Non a caso, quindi, in omaggio a questo rapporto (matematico, ma anche politico) di uguaglianza, nell’aldilà dantesco, tutti, ma proprio tutti, condividono la stessa condizione, di pena, di espiazione o di gaudio (siano stati, in vita, potenti, o miserabili). Davvero pericolosa questa lettura (al ministero, infatti, non dormono più sonni tranquilli, da quando hanno intravisto la pericolosità della Divina Commedia, non riescono a farsene una ragione). A breve, avverrà la clamorosa dichiarazione di estromissione dal canone delle letture scolastiche di Dante (i responsabili del MIM stanno dando fretta ai componenti della Commissione censoria di studio – i cui nominativi, però, sono segretissimi, si sa soltanto che si tratta di valentissimi studiosi di Dante, tutti di chiara infamia accademica, ma sulla loro identità viene mantenuto il massimo riserbo – affinché si arrivi subito a una bozza di decreto di esclusione).
Finanche l’invenzione dantesca della terzina, il sistema metrico-narrativo dei 3 versi a rima incatenata (ABA BCB CDC),genialmente pensato da dante, rinvia a quell’idea (matematica e comunista molto, molto pericolosa) dell’equilibrio geometrico costante, all’idea del moto armonico continuo. Proprio nel Paradiso, alla fine del viaggio, a contatto diretto con Dio, nel canto XXXIII, nell’ultimo canto della terza cantica, e ultimo pure dell’intero poema, quindi, un canto che possiede una evidenza strutturale eccezionale, Dante utilizza la geometria euclidea per descrivere ciò che è immateriale e infinito. In questo canto, infatti, Dio viene immaginato (e raffigurato) da Dante come un puntoluminosissimo, ma infinitamente piccolo, tale che, al suo cospetto,qualsiasi altra stella sembrerebbe una luna. Questo punto-Dio, quasi privo di dimensione, simboleggia l'indivisibilità, e l'essenza stessa di Dio. La sua più autentica natura. Nei versi 133-138,sempre di questo canto finale, Dante utilizza l’immagine della quadratura del cerchio come metafora per descrivere l'impossibilità della mente umana a comprendere il mistero dell'incarnazione divina. Dante, a questa altezza del suo viaggio, fissa lo sguardo all'interno di tre cerchi (arcobaleni). Ancora una volta, quindi, in chiusura di viaggio, torna l’immagine perniciosissima del cerchio, la figura geometrica per eccellenza della uguaglianza (comunista). Ebbene, nel secondo cerchio di questi 3 (il cerchio del Figlio), Dante vede «pinta» l’immagine umana (addirittura, intravedendo sé stesso, in quella immagine):
«dentro da sé, del suo colore stesso,
mi parve pinta de la nostra effige:
per che 'l mio viso in lei tutto era messo.»
[130-32]
Nei versi immediatamente successivi, il poeta tenta di comprendere razionalmente come la forma umana si connetta con la natura divina, constatando, però, il suo fallimento:
«Qual è ’l geomètra che tutto s’affigge
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
pensando, quel principio ond’ elli indige,
tal era io a quella vista nova:
veder voleva come si convenne
l’imago al cerchio e come vi s’indova;»
[133-38]
La così detta quadratura del cerchio consisterebbe nel costruire un quadrato, che abbia la stessa area di un cerchio dato, usando solo riga e compasso. Ai tempi di Dante, si trattava di un problema geometrico classico irrisolto (oggi, invece, sappiamo che è impossibile fare ciò perché il «p greco» è un numero trascendente).
Il geomètra (come scrive Dante) rappresenta l'uomo di scienza e di intelletto, che inutilmente si sforza («tutto s'affigge»), senza però risolvere l'enigma (poiché gli manca la scintilla divina). Il cerchio (ancora un’immagine di figura perfetta, senza inizio, e senza né fine, di uguaglianza – matematica, spirituale, comunista) rappresenta la divinità; il quadrato (lineare, spigoloso e finito), infine, rappresenta la natura umana. Dante, quindi, in questi versifinali, sta descrivendo il cortocircuito della logica: la mente umana non possiede gli strumenti per calcolare la divinità.