Dieci anni in cattedra, ma sempre precaria: la sentenza che interroga la scuola

Il Tribunale di Cagliari condanna il Ministero per abuso di contratti a termine: una vittoria individuale che riapre il nodo strutturale del precariato nella scuola pubblica

03 luglio 2026 12:04
Dieci anni in cattedra, ma sempre precaria: la sentenza che interroga la scuola -
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Una maestra di 60 anni originaria di Carbonia, nel Sud Sardegna, ha vinto una causa contro il Ministero dell’Istruzione e del Merito. Il Tribunale di Cagliari ha accertato l’illegittima reiterazione dei contratti a termine, condannando l’amministrazione a risarcirla con 12.239 euro, oltre alle spese legali. Una vittoria importante, che solleva però una domanda: quante storie simili restano sommerse dietro la normalità delle supplenze? La docente, idonea all’insegnamento nella primaria, è stata assistita dalla Uil Scuola Sardegna e patrocinata dall’avvocata Elisabetta Mameli. Il caso illumina un meccanismo che trasforma il lavoro temporaneo in una condizione stabile, ma senza le relative tutele.

Dieci anni di contratti: quando l’eccezione diventa sistema

La ricostruzione del rapporto evidenzia una continuità difficilmente compatibile con l’esigenza occasionale. Dal primo incarico del 2015 a Carbonia fino all’ultimo anno scolastico a San Giovanni Suergiu, la docente ha lavorato quasi dieci anni nella scuola pubblica con 11 contratti a tempo determinato.
• Il periodo: dal 2015 fino all’ultimo anno scolastico, tra istituti del Sud Sardegna.
• I numeri: 11 contratti a termine in quasi dieci anni, spesso nelle stesse scuole e sulla medesima cattedra.
• Il limite superato: ben oltre la soglia dei 36 mesi richiamata nel contenzioso sul precariato scolastico.
La prova del fabbisogno stabile
Il punto decisivo è stato distinguere tra supplenza temporanea e bisogno permanente. Secondo la tesi accolta dal Giudice del Lavoro, i rinnovi coprivano posti vacanti e disponibili, non assenze improvvise. Se una cattedra serve ogni anno, perché chi la copre deve restare precario?
La sentenza riconosce che il contratto a termine è stato usato come soluzione ordinaria per un fabbisogno permanente e duraturo. La frattura è evidente: la scuola chiede continuità didattica, ma spesso la garantisce con rapporti discontinui.

Il Tribunale ribadisce che l’amministrazione non può aggirare la stabilizzazione dell’organico attraverso una catena di supplenze. Resta però un nodo centrale: quanto vale davvero un decennio di incertezza professionale? Il risarcimento: vittoria o compensazione insufficiente? I 12.239 euro riconosciuti alla docente sono un risultato concreto. Ma accanto a quasi dieci anni di precarietà resta l’interrogativo: un risarcimento può compensare incertezza, attese, graduatorie, contratti rinnovati e futuro sospeso? La normativa consente oggi indennizzi più ampi, ma il problema resta strutturale: se l’abuso viene sanzionato solo dopo anni di ricorsi, il peso dell’attesa e della prova continua a ricadere sui lavoratori.

Una sentenza che può fare scuola

Quella di Cagliari non è una pronuncia isolata. Il contenzioso sul precariato scolastico si è intensificato, anche alla luce del nuovo quadro indennitario introdotto nel 2024 e dell’orientamento sul superamento dei 36 mesi. Per la Uil Scuola Sardegna è la terza vittoria contro l’abuso dei contratti a termine: un segnale di un fenomeno più ampio.
Il nodo politico: stabilizzare o pagare le condanne?
Il punto non è solo se altri docenti presenteranno ricorso, ma se il Ministero continuerà a trattare le cattedre vacanti come emergenze ripetute o affronterà il problema alla radice. Se ogni sentenza accerta un bisogno stabile, conviene davvero attendere le condanne invece di programmare assunzioni e organici?
La storia della maestra di Carbonia parla a migliaia di lavoratori della scuola: docenti che garantiscono continuità agli alunni, ma vivono senza continuità contrattuale, tornando ogni settembre in classe con un contratto che li considera ancora temporanei.
La sentenza è una vittoria, ma anche un campanello d’allarme. Riconosce un abuso già avvenuto e chiama in causa il futuro: una scuola fondata su bisogni permanenti non può reggersi su lavoratori trattati come provvisori. Il risarcimento ripara una parte del danno; la stabilizzazione sarebbe la vera risposta.

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