Dimensionamento scolastico, qualche appunto (non ideologico)

La notizia è freschissima: lo scorso 13 gennaio, vista l’inadempienza di quattro Regioni italiane (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna)

A cura di Redazione Redazione
16 gennaio 2026 19:05
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Negli ultimi giorni sta tenendo banco il “caso” del commissariamento di quattro Regioni italiane nell’ambito della “stretta” sul dimensionamento scolastico. L’opposizione, come era prevedibile, è sugli scudi: ma cosa c’è di vero e cosa di puramente ideologico? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza, perché il buon funzionamento delle scuole non si riduca a sterili questioni di principio.


La notizia è freschissima: lo scorso 13 gennaio, vista l’inadempienza di quattro Regioni italiane (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Sardegna) nell’attuare i provvedimenti amministrativi per il “dimensionamento” scolastico secondo i nuovi parametri sanciti dalla legge 197/22 - l’adeguamento della rete scolastica all’andamento demografico, tra i target previsti dal PNRR - il Governo ha provveduto ad affidare il compito ai direttori dei rispettivi Uffici Scolastici Regionali (USR) in qualità di commissari ad acta. Un commissariamento che, come era inevitabile, non è stato preso bene dall’opposizione parlamentare e dai sindacati, che hanno subito gridato alla lesione delle prerogative statuite dalla legislazione concorrente.

Sul tema, va detto, si era già inequivocabilmente espressa la Corte Costituzionale con sentenza n. 223/23, proprio su impulso delle Regioni ricorrenti. La Consulta, in sintesi, ha ritenuto “prevalenti le competenze statali riguardanti l’ordinamento e l’organizzazione amministrativa dello Stato, venendo in rilievo personale statale, le norme generali sull’istruzione, il coordinamento della finanza pubblica”. Del resto, “la normativa statale non richiede alle regioni la chiusura di plessi scolastici quale conseguenza della determinazione del contingente organico dei dirigenti scolastici”. Uno a zero per il Ministero, dunque.

Quest’ultimo, dal canto suo, parla di “atto dovuto” e tranquillizza sulla chiusura dei plessi, non prevista nell’operazione. Si tratta in effetti di un accorpamento di natura giuridica, che non contempla nemmeno tagli al personale e ai servizi. E ciò è un dato di fatto: ciononostante, e pur dopo che la Corte si è pronunciata, continuano a recitarsi copioni precostituiti, che prescindono dai dati di realtà (o li distorcono strumentalmente), veicolando autentiche “bufale” quali la perdita di centinaia di sedi scolastiche con tutto quello che ne riviene in termini occupazionali, l’affollamento delle classi e la completa sparizione di scuole nelle zone interne.

Sedi scolastiche, o di erogazione del servizio, che invece non vengono toccate, come nemmeno alunni, docenti e personale ATA; del resto, anche qualora il ricorso fosse stato accolto, dovendo continuare ad applicarsi la precedente normativa - pure questa a suo tempo impugnata, e pure questa ritenuta legittima dalla Corte - non avrebbero potuto avere né un proprio dirigente scolastico né un proprio Dsga, perché al di sotto dei 600 alunni (400 nelle zone in deroga), e quindi sarebbero state destinate a doppia reggenza. Il che non è mai un bene, lo diciamo da sempre: che tutte le istituzioni scolastiche debbano fare affidamento su un proprio dirigente e un proprio direttore dei servizi è infatti condizione essenziale per il presidio e l’implementazione dei processi organizzativi funzionali al primario scopo dell’efficienza ed efficacia formative.

Per farla breve: un dibattito che sarebbe potuto (e dovuto) essere costruttivo è ben presto scivolato nei toni della mera polemica ideologica. Tra allarmi amplificati, narrazioni distorte e ricorsi giuridicamente fragili, si è spesso perso di vista il quadro normativo reale e, soprattutto, l’interesse effettivo del sistema scolastico. Siamo di fronte all’ennesima occasione mancata: perché se da un lato la giurisprudenza ha chiarito i confini delle competenze e smentito molte delle accuse più roboanti, dall’altro resta aperta una cruciale questione di merito: come coniugare razionalità organizzativa, qualità del servizio e tenuta dei territori.

Una simile levata di scudi ideologica rischia fra l’altro di mettere in ombra le indubitabili criticità dell’attuale sistema: su tutte, la necessità della creazione di mega-istituti nei comuni medio-grandi per consentire l’autonoma esistenza di quelli dai numeri più contenuti e/o che accorpano plessi distribuiti su diversi comuni, come nei territori contrassegnati da rarefazioni abitative e da difficoltosa viabilità. Come tollerare istituti che,  per sostenere - in una sorta di solidarietà forzosa - la costituzione di scuole autonome nei piccoli luoghi che popolano il nostro Paese, possono arrivare a duemila studenti e trecento e oltre tra docenti e personale ATA?

Ora, il punto è: saremo mai in grado di discutere di questi temi serenamente, senza farne subito sterili questioni di “bandiera”? E’ su questo terreno che  si misura la serietà del confronto istituzionale. E veniamo infine alla pars construens. La nostra proposta è una revisione condivisa dei coefficienti di dimensionamento che li riporti a una soglia più sostenibile: occorrerebbe insomma una sinergia tra i diversi soggetti istituzionali e una loro concorde azione nel coinvolgimento costruttivo dell’opinione pubblica, finalizzate a puntare ad una decisa riduzione degli attuali coefficienti (stabiliti a 900/1000 alunni) a non oltre i 600/700, alla cui stregua ridisegnare un ragionevole dimensionamento scolastico. Una strada praticabile e coerente con il Piano Nazionale, ma che richiede dialogo serio e responsabilità istituzionale, non contrapposizioni di principio.

La riflessione si trova anche sullo spazio dedicato a DirigentiScuola nei blog Huffington Post:

https://www.huffingtonpost.it/blog/2026/01/16/news/dimensionamento_scolastico_qualche_appunto_non_ideologico-20975080/

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