Dirigenti Scolastici: il "dentro tutti" presenta il conto
Il sistema di reclutamento dei dirigenti scolastici è arrivato a un punto critico: due graduatorie, migliaia di candidati, pochi posti, tempi destinati ad allungarsi per anni.
dal Comitato Dirigenti Scolastici Fuori Regione
L’articolo “Il concorso degli apprendisti stregoni. Perché litigano ordinaristi e riservisti del Concorso a Dirigente Scolastico” coglie nel segno.
Molto meno convincente, invece, è il successivo intervento pubblicato su Tecnica della Scuola, “Basta scontri, le regole parlano chiaro”, che rischia di semplificare un problema strutturale riducendolo a un richiamo formale alle regole, come se la loro applicazione concreta non avesse già prodotto effetti distorsivi evidenti.
Il sistema di reclutamento dei dirigenti scolastici è arrivato a un punto critico: due graduatorie, migliaia di candidati, pochi posti, tempi destinati ad allungarsi per anni.
Il giocattolo si è rotto.
E su questo non c’è molto da aggiungere: l’analisi è lucida, i numeri parlano da soli, e l’esito — un sistema ingolfato e difficilmente governabile — è ormai evidente.
Ma c’è un punto che continua a sfuggire.
Mentre si discute di chi deve entrare, si continua a ignorare chi è già dentro.
Il “dentro tutti” presenta il conto
L’idea di fondo era semplice: chiudere una stagione di contenzioso e ripartire. La realtà è stata diversa.
Si poteva non “strafare”, prevedendo una sanatoria più selettiva — molti ne sarebbero stati soddisfatti, soprattutto chi, bocciato allo scritto o all’orale, si è visto mettere sullo stesso piano di chi non aveva superato nemmeno la preselettiva.
Invece si è scelta la strada opposta: una procedura sostanzialmente non selettiva, con percentuali di promozione prossime al 90% e alla via così con corso estivo on line autofinanziato per entrare a settembre (anzi a novembre per effetto del tentativo estremo degli ordinaristi di opporsi).
Così, da una possibile graduatoria contenuta di 500/600 persone, si è arrivati al vero nodo di oggi: una platea di 2099 vincitori che il sistema non è in grado di assorbire, se non comprimendo altri spazi e rinviando nel tempo ogni equilibrio.
Gli “apprendisti stregoni”, per usare l’immagine dell’articolo, oggi sbattono contro il limite più semplice: i posti sono finiti.
Anche il Nord, che per anni ha rappresentato una valvola di sfogo, è ormai saturo come lo è da anni la Campania (benvenuti al Sud) Vincitori dell’ordinario in Lombardia non hanno trovato posto per le immissioni, istanze di mobilità dal Friuli Venezia Giulia al Veneto sono state rigettate: si capisce chi ha pagato il conto l’anno scorso...
Il rischio per la mobilità dei dirigenti fuori regione
Nel frattempo, dentro il “nido” sicuro delle graduatorie ad esaurimento, tutti “sbattono le ali” per spiccare il volo e ottenere, il prima possibile, l’agognato posto da dirigente.
Ed è proprio qui che si intravede il rischio.
Dietro il linguaggio apparentemente neutro delle percentuali (60% e 40%) e il continuo richiamo a norme e diritti acquisiti, si muove una pressione ben precisa: quella di un’equiparazione sostanziale che rischia di incidere, ancora una volta, sulla distribuzione dei posti prima della mobilità.
Sono i riservisti, attraverso sigle e associazioni di riferimento, a spingere per una lettura delle regole che, sotto il velo del tecnicismo, rischia di riprodurre schemi già visti
Schemi che vengono presentati come applicazioni lineari delle norme, ma che nei fatti finiscono per intervenire a monte della mobilità, condizionandola o riducendola.
Noi dirigenti scolastici fuori regione ci siamo già passati.
Il precedente del 2024
Nell’estate 2024 si è prodotto un meccanismo preciso: una quota pari al 50% dei posti —originariamente accantonati per l’ordinario — è stata utilizzata per anticipare le immissioni del riservato. Ma questo è avvenuto dopo la chiusura della mobilità, impedendo a noi di concorrere per quelle sedi.
Il risultato è stato immediato: quei posti, soprattutto nelle regioni del Centro-Sud, sono stati assegnati ai graduati della sanatoria, consentendo loro di entrare un anno prima e, in molti casi, direttamente nelle regioni di interesse.
In cambio, la norma prevedeva una restituzione l’anno successivo all’ordinario.
Il saldo reale dell’operazione, però, è stato un altro: i graduati della sanatoria hanno guadagnato tempo e posizione, mentre i dirigenti già in servizio hanno perso, nei fatti, l’unica occasione utile di rientro in territori già saturi.
In altri termini, è come aver fatto partire una corsia preferenziale a gara iniziata, spostando il traguardo sempre più avanti, e all’infinito, per chi era già in pista.
Oggi il rischio è che quel meccanismo si riproponga.
Il rischio che (con interpretazioni di comodo del principio dei “fatti salvi”) si torni ancora una volta a tirare la giacchetta al legislatore, accantonando i posti a monte, sottraendoli ancora alla mobilità e svuotando nei fatti quel 100% che quest’anno dovrebbe essere garantito: sia chiaro che abbiamo mal digerito il “fatti salvi” i posti del concorso ordinario regionale, che già stravolge l’art. 30 del Testo Unico del Pubblico impiego, quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra
È qui che il richiamo al fatto che “le regole parlano chiaro” mostra tutti i suoi limiti. Qui deve emergere la terzietà di chi le applica!
Perché anche nel rispetto formale delle norme si possono costruire meccanismi che riducono la disponibilità reale dei posti prima della mobilità. Noi dirigenti scolastici fuori regione lo abbiamo già visto.E non siamo più disposti a ignorarlo né adessere ignorati, ad essere “trasparenti per l’Amministrazione”.
Il punto che non può essere ignorato
Continuare a rappresentare il confronto come uno scontro tra concorsi riservati e ordinari rischia di lasciare fuori il nodo principale.
Perché il problema non è solo chi entra, ma cosa accade ai posti prima ancora che qualcuno entri. Se la distribuzione dei posti avviene prima della mobilità — o attraverso meccanismi che la comprimono — il risultato è sempre lo stesso: la mobilità diventa residuale, anche quando formalmente è prevista al 100%.
Nel frattempo si produce un effetto ancora più evidente: la saturazione generalizzata. Il sistema si chiude. La mobilità si contrae. Chi è fuori resta fuori.
Il paradosso è ormai evidente.
Così il costo delle scelte fatte per gestire il reclutamento non resta interno al sistema, ma si scarica anche su chi il sistema lo regge ogni giorno.
Questa deriva ha un nome. È un’alterazione del merito.
Un’“orgia del demerito” che ha danneggiato e continua a danneggiare chi ha vinto un concorso pubblico in modo pieno. Ieri come oggi.
A questo punto qualcuno dovrebbe anche tirare le somme e individuare responsabilità precise, non solo tecniche, ma anche politiche e morali.
Perché non è più accettabile che, per risolvere un problema, se ne creino altri scaricandone il peso sempre sugli stessi: quousque tandem abutere, Catilina, patientia nostra.