Felici e malpagati: la fotografia europea degli insegnanti italiani

Felici per il posto fisso, sempre più vecchi, con un surplus di materie umanistiche al sud e una carenza nelle materie STEM. Sorpresa: l’81,4% si sente apprezzato dai genitori

15 giugno 2026 16:48
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Novantasei. È la percentuale di insegnanti italiani che si dichiarano soddisfatti del proprio lavoro. Non è una banale maggioranza risicata e neanche un'ampia maggioranza. È la quasi totalità. Il dato è stabile dal 2018 e svetta sopra la media europea, ferma all'89,9%.

Se l'attrattività di una professione si misurasse col sorriso di chi la esercita, la scuola italiana sarebbe un modello continentale.

Sono i dati di The Teaching Profession in the EU, l'analisi comparativa che la Direzione generale Istruzione della Commissione ha pubblicato a maggio costruendola sui risultati dell'indagine OCSE-TALIS 2024. Si parla dell’Unione Europea, naturalmente, ma vale la pena soffermarsi sul profilo italiano, perché è lì che il rapporto, con la prosa asettica delle indagini statistiche europee, finisce per fotografare un mezzo paradosso.

Continuando a leggere i dati, il guaio è che basta scorrere la riga successiva a quella del 96% di soddisfatti per capire di che pasta è fatto quel sorriso in Italia. Soddisfatti dello stipendio solo il 22,6%. Poco più di uno su cinque, contro una media europea del 37,3%. E alla domanda se ritengano che l'insegnante sia una professione valorizzata dalla società italiana, alza la mano il 14,1%. Quattordici per cento. Lo stesso corpo docente che si dice felice del proprio mestiere quasi all'unanimità ritiene, per larghissima maggioranza, che quel mestiere non conti nulla agli occhi del Paese.

La felicità del rassegnato

Il rapporto prova a spiegare l'enigma ma ci riesce solo a metà. Cita gli studi recenti che parlano di "alta soddisfazione intrinseca e legata alla sicurezza del posto, ma bassa soddisfazione per la retribuzione e le prospettive di carriera". In soldoni, l'italiano resta in cattedra perché gli piace stare in classe e perché il posto fisso, una volta conquistato, è una rocca. Non perché lo paghino o lo rispettino. E qualcuno starà pensando che in fondo l’aveva già detto Checco Zalone, senza fare costose e complicate indagini statistiche.

C'è un contrasto, nei dati, che merita più attenzione di quanta gliene daranno i comunicati. L'81,4% dei docenti italiani si sente apprezzato dai genitori, il secondo dato più alto d'Europa, dietro solo alla Danimarca. Ma quel 14,1% di riconoscimento sociale in genere, racconta un altro Paese, quello dei talk show, dei tre mesi di ferie, del "lavorano mezza giornata". Apprezzato nel corridoio della scuola, vilipeso nel discorso pubblico. È la condizione del docente come l'abbiamo conosciuta in mezzo secolo di trasformazione, non più mediatore culturale di una comunità, ma terminale di un'amministrazione che chiede sempre di più e riconosce sempre di meno.

L'esercito che invecchia

Sul resto, il rapporto non concede attenuanti. Quasi un docente di secondaria di primo grado su due, il 48,8%, ha cinquant'anni o più, contro una media europea del 39,8%. La scuola italiana è tra le più anziane del continente, ed è destinata ad esserlo ancora di più. Il calo demografico previsto (meno 15,4% di popolazione tra zero e sedici anni entro il 2040) non basterà, avverte Bruxelles, a compensare il problema, perché le carenze sono localizzate. Più acute al Nord e nelle materie scientifiche, linguistiche e matematiche; rovesciate in un sovrappiù di insegnanti umanistici al Sud. È la geografia di sempre, certificata stavolta da una fonte difficile da accusare di pregiudizio antimeridionale.

Poi c'è lo stress, e qui l'Italia si allinea mestamente alla media con il 56,2% dei docenti che dichiara forte tensione per l'eccesso di lavoro amministrativo, il 44,2% per la gestione della disciplina in classe. Entrambi in crescita dal 2018. La burocrazia e l'ordine in aula: le due voci che il rapporto europeo individua, ovunque, come i principali divoratori di benessere professionale. Non la didattica ma la modulistica.

Il sospetto verso le macchine

Un'ultima riga merita di essere segnalata, perché smentisce una vulgata. Solo il 25,4% dei docenti italiani ha usato strumenti di intelligenza artificiale per il proprio lavoro nell'ultimo anno, sotto la media europea del 31,6%. La Commissione, con un certo garbo, lo attribuisce anche alle linee guida governative improntate alla prudenza. Ma si potrebbe dire anche diversamente. In un Paese dove più della metà degli insegnanti europei pensa che l'IA non debba entrare in classe, l'Italia coltiva la sua diffidenza con applicazione superiore alla media. Sarà saggezza, sarà ritardo. Il rapporto, prudente anch'esso, non si pronuncia.

La soddisfazione che dovrebbe preoccupare

Resta la domanda che il rapporto non fa, ma che i suoi numeri impongono. Come si tiene insieme un corpo docente scontento dello stipendio, convinto di non contare nulla per il Paese, sempre più anziano, e tuttavia quieto? Perché chi sta così male, a sentire le interviste, i social, i comunicati sindacali, sciopera così poco?

La risposta è in quel 96%. Quella soddisfazione non è benessere ma acquiescenza ben difesa. Lo scontento riguarda lo stipendio e il prestigio, cioè le due cose che lo sciopero non sposta di un millimetro; e tutto ciò che lo sciopero potrebbe mettere a rischio, il posto, le ore frontali comparativamente poche, la rocca conquistata, è già al sicuro.

Non è un capriccio o una bizzarria, ma il calcolo razionale di chi ha barattato la rivendicazione con la sicurezza in uno dei settori dove ancora resiste. Niente carriera, niente soldi, niente rispetto pubblico, ma in cambio un posto che nessuno ti toglie.

Ecco perché il dato che dovrebbe allarmare Viale Trastevere non è l'insoddisfazione. È la soddisfazione. Un esercito che invecchia, mal pagato e persuaso di non valere nulla, eppure tranquillo, non è un esercito pacificato ma un esercito che non ha alcuna intenzione di fare davvero la guerra. E si accontenta del rancio sicuro tutti i giorni.

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