GPS 2026, sostegno e Tabella A/7: lo avevamo detto
GPS 2026: l'equiparazione tra TFA e Indire fa discutere. Il CSPI aveva chiesto differenziazione. Il Ministero no. Ora arrivano i ricorsi al TAR
Ci sono momenti in cui fare informazione scolastica produce una soddisfazione amara. Non quella di chi gode per il danno altrui, ma quella di chi aveva letto correttamente i meccanismi e si ritrova, qualche giorno dopo, a dover scrivere: lo avevamo anticipato.
La questione è nota. Con l'O.M. n. 27 del 16 febbraio 2026, il Ministero dell'Istruzione ha stabilito, nella Tabella A/7, che il titolo di specializzazione sul sostegno conseguito tramite TFA universitario — sessanta crediti, tre prove selettive, otto mesi in presenza, trecento ore di tirocinio strutturato — vale esattamente quanto quello conseguito tramite i percorsi Indire: quaranta crediti, didattica prevalentemente telematica, nessuna selezione in ingresso, tirocinio sostituito dal servizio pregresso, durata minima di quattro mesi. Stessa fascia, stesso punteggio. Equiparazione integrale.
Ancor prima che l'ordinanza venisse firmata, avevamo scritto che una scelta del genere avrebbe prodotto certamente polemiche per quella che pur sembrando parità di trattamento, rischiava di trasformarsi in disparità sostanziale al momento della compilazione delle graduatorie. I docenti Indire, per definizione normativa, portano con sé almeno tre annualità di servizio sul sostegno — requisito obbligatorio di accesso sancito dall'art. 6 del D.L. 71/2024. Nella componente "servizio" delle GPS, quel vantaggio è già acquisito e consolidato. Equiparare anche il valore del titolo in graduatoria significa aggiungere un peso non da poco su una bilancia già sbilanciata.
Chiariamoci: non è un giudizio sugli specializzati con i corsi Indire, che hanno percorso una strada prevista dalla legge e hanno lavorato concretamente sul campo: è un giudizio sull’ennesima scelta amministrativa che sembra non tener conto degli effetti e delle aspettative dell’intero bacino di precariato su cui quella scelta incide.
Ora che la proverbiale frittata è fatta, da ambienti ministeriali che preferiamo definire bene informati, filtra qualcosa che suona come fibrillazione. E non è difficile capirne il motivo.
Il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione — il massimo organo consultivo tecnico del sistema scolastico nazionale, non un comitato di scontenti — aveva votato all'unanimità, nella seduta dell'11 dicembre 2025, un parere che chiedeva esplicitamente la differenziazione dei punteggi, motivandola punto per punto: peso formativo, selettività in ingresso, organizzazione delle attività, obbligo di frequenza, durata. Il Ministero lo ha disatteso, liquidando la questione con un riferimento generico al precedente della Tabella A/3 dell'ordinanza 2024 — un precedente che, come stanno già rilevando diversi studi legali, riguardava soggetti già abilitati o già specializzati, e che quindi con questa fattispecie c'entra quanto il Rinascimento con il digitale terrestre.
Risultato prevedibile: già nelle ore successive alla pubblicazione dell'ordinanza, i ricorsi al TAR del Lazio si profilavano all'orizzonte. I vizi contestabili non mancano — violazione del principio di proporzionalità e ragionevolezza ex artt. 3 e 97 della Costituzione, eccesso di potere per contraddittorietà interna all'atto, difetto di istruttoria e di motivazione rispetto al parere CSPI — e ognuno di essi, da solo, potrebbe risultare sufficiente a fondare una sospensiva cautelare. È comprensibile, dunque, che negli uffici competenti qualcuno stia guardando il calendario con un certo disappunto.
E qui sta il paradosso — o forse il copione ormai collaudato — che chi segue da anni le vicende del reclutamento scolastico non fatica a riconoscere. Non occorreva una particolare acutezza per prevedere che una norma costruita in modo tanto fragile, e che ignorava così platealmente il parere del suo stesso organo consultivo, avrebbe finito per spostarsi in tribunale. Eppure, puntualmente, le regole del reclutamento vengono scritte in modo tale da alimentare il contenzioso invece di ridurlo.
Che il settore coinvolto sia quello del sostegno rende la cosa ancora più curiosa. La carenza di insegnanti specializzati è strutturale, documentata, e il Ministero ha introdotto il percorso Indire proprio in via emergenziale per farvi fronte. L'obiettivo dichiarato era stabilizzare un comparto in affanno cronico. Il metodo scelto rischia di aggiungere instabilità giuridica a quella già esistente. Una soluzione emergenziale gestita in modo tale da generare una nuova emergenza: il cerchio si chiude con la consueta eleganza.
Il TAR, se i ricorsi verranno depositati, dirà la sua con i tempi che gli sono propri. Non è detto che accolga: la magistratura amministrativa è sovrana nelle sue valutazioni. Ma che il Ministero abbia deliberatamente scelto di ignorare il parere unanime del CSPI senza opporre una motivazione tecnica all'altezza è un dato che sta nei documenti ufficiali, e che non ha bisogno di interpretazioni né di fonti riservate.
La Voce della Scuola aveva visto giusto. Ci dispiace non potercene rallegrare.