Intervista a Marco Pontis
Pedagogia pratica. Manuale operativo di educazione basata sulle evidenze scientifiche
Nel suo recente libro lei afferma con grande chiarezza che molti comportamenti problema non nascono da una volontà oppositiva o provocatoria, ma rappresentano piuttosto un tentativo di comunicare un disagio o una difficoltà di regolazione. Nella pratica quotidiana, però, il docente rischia facilmente di leggere quei comportamenti come un attacco personale o una sfida all'autorità. Come si può allenare concretamente questo cambio di prospettiva e imparare a non entrare nello scontro?Una delle difficoltà più grandi per chi lavora nella scuola è riuscire a non interpretare alcuni comportamenti come un attacco personale. È comprensibile: quando uno studente urla, rifiuta una consegna, lancia materiali o risponde in modo aggressivo, la reazione spontanea dell'adulto è spesso quella di sentirsi sfidato.Eppure, negli anni, lavorando con bambini, adolescenti e adulti neurodivergenti, ho imparato che dietro molti comportamenti apparentemente oppositivi si nasconde altro: una difficoltà di comprensione, un sovraccarico sensoriale, una frustrazione accumulata, un bisogno comunicativo che non ha trovato altre strade per esprimersi.Il primo allenamento consiste nel modificare la domanda che ci poniamo. Invece di chiederci: «Perché mi sta facendo questo?», possiamo imparare a domandarci: «Che cosa sta succedendo a questa persona in questo momento?». Questo piccolo spostamento di prospettiva cambia profondamente la qualità della relazione educativa.Non significa giustificare qualsiasi comportamento, ma comprendere che la nostra funzione non è vincere uno scontro bensì aiutare uno studente a ritrovare condizioni di equilibrio e apprendimento. Quando un docente riesce a non entrare nella logica della contrapposizione, spesso interrompe quella spirale di escalation che trasforma una difficoltà iniziale in una vera crisi relazionale.Nel libro lei sottolinea quanto sia fondamentale imparare a leggere i prodromi della crisi: piccoli segnali spesso silenziosi, come irrigidimenti, chiusure improvvise, aumento delle stereotipie o cambiamenti nello sguardo e nella postura. Quali strumenti osservativi o strategie operative suggerisce ai docenti per sviluppare una lettura precoce del disagio e intervenire prima dell'escalation?Le crisi raramente arrivano all'improvviso. Nella maggior parte dei casi sono precedute da segnali più o meno evidenti che rappresentano una sorta di linguaggio silenzioso del disagio.Alcuni studenti iniziano a muoversi di più, altri smettono improvvisamente di partecipare, altri ancora aumentano le stereotipie, evitano il contatto visivo, irrigidiscono la postura o manifestano piccoli segnali di irritabilità.Per questo motivo suggerisco sempre ai docenti di trasformarsi in osservatori curiosi più che in giudici del comportamento. Uno strumento molto utile è il diario osservativo condiviso tra insegnanti, educatori e famiglia. Annotare ciò che accade prima, durante e dopo determinati episodi permette spesso di individuare schemi ricorrenti che altrimenti rimarrebbero invisibili.Dobbiamo imparare a osservare cosa succede prima del comportamento, quali richieste sono presenti, quali persone sono coinvolte, quali caratteristiche dell'ambiente possono influenzare la situazione e quali segnali anticipano la crisi. La prevenzione nasce dall'osservazione sistematica. Quando impariamo a riconoscere i prodromi, possiamo intervenire molto prima dell'esplosione, con strategie semplici come una pausa, una modifica della richiesta, un supporto visivo o un momento di regolazione condivisa.Uno degli aspetti più forti del libro riguarda proprio il tema della funzione del comportamento. Durante una crisi, tuttavia, l'adulto è spesso spinto dall'urgenza di bloccare immediatamente ciò che sta accadendo. Come può un insegnante riuscire, anche nel pieno dell'emergenza, a mantenere una postura regolativa e, nello stesso tempo, interrogarsi su ciò che quel comportamento sta cercando di comunicare?Durante una crisi è naturale desiderare che il comportamento cessi immediatamente. Ma se ci fermiamo solo alla sua eliminazione rischiamo di perdere l'informazione più importante: la sua funzione.Ogni comportamento, anche il più difficile da gestire, produce un effetto per la persona. Può servire a evitare una richiesta percepita come troppo difficile, ottenere aiuto, comunicare disagio, ricercare stimolazione, allontanarsi da una situazione stressante o recuperare una sensazione di controllo.Nell'emergenza la priorità rimane sempre la sicurezza di tutti. Successivamente, però, è fondamentale interrogarsi su ciò che il comportamento ci sta raccontando. Un comportamento che oggi appare problematico spesso è stato, almeno in parte, una soluzione.Il nostro compito educativo non è semplicemente eliminarlo, ma offrire strategie alternative più efficaci e socialmente condivise per raggiungere lo stesso obiettivo. In altre parole, non basta togliere un comportamento: bisogna insegnare una competenza o diverse abilità che abbiano la stessa identica funzione del comportamento difficile.Nel volume richiama una prospettiva molto vicina al modello bio-psico-sociale dell'ICF, secondo cui alcuni comportamenti emergono dall'interazione tra vulnerabilità individuali e barriere contestuali. Come possiamo aiutare concretamente i Consigli di Classe a leggere l'ambiente scolastico non come uno sfondo neutro, ma come possibile fattore scatenante o, al contrario, facilitatore del benessere?Questa prospettiva rappresenta uno dei cambiamenti culturali più importanti introdotti dall'approccio bio-psico-sociale e dall'ICF.Per molto tempo abbiamo cercato il problema esclusivamente dentro l'alunno. Oggi sappiamo che molti comportamenti emergono dall'incontro tra caratteristiche individuali e caratteristiche dell'ambiente.Un'aula rumorosa, tempi troppo rapidi, consegne poco chiare, richieste eccessive, cambiamenti improvvisi, attese prolungate o comunicazioni ambigue possono diventare vere e proprie barriere.Per questo motivo suggerisco ai Consigli di Classe di porsi periodicamente alcune domande: l'ambiente è prevedibile? Le richieste sono comprensibili? Gli stimoli sensoriali sono adeguati? Esistono supporti visivi? Lo studente ha occasioni di scelta? Sono previste pause e strategie di autoregolazione?Quando un comportamento difficile compare con frequenza, non dovremmo osservare soltanto lo studente. Dovremmo osservare anche il contesto. Molto spesso la soluzione non consiste nel cambiare la persona, ma nel modificare l'ambiente affinché diventi più accessibile.Lei evidenzia come la risposta punitiva rischi spesso di aumentare la disregolazione invece di contenerla. Quali alternative educative ritiene oggi più efficaci per accompagnare gli studenti verso competenze di autoregolazione emotiva e comportamentale, soprattutto nei contesti scolastici ad alta complessità?La punizione può interrompere temporaneamente un comportamento ma raramente insegna ciò che la persona dovrebbe fare al suo posto.La regolazione emotiva è una competenza complessa che si costruisce nel tempo attraverso esperienze relazionali significative.Le strategie che considero più efficaci sono quelle che insegnano abilità concrete: riconoscere le proprie emozioni, identificare i segnali corporei di stress, chiedere aiuto, utilizzare pause programmate, sviluppare strategie di problem solving e apprendere modalità comunicative alternative.Quando uno studente è in difficoltà non ha bisogno di sentirsi sbagliato. Ha bisogno di strumenti. Per questo motivo preferisco parlare di insegnamento delle competenze piuttosto che di controllo dei comportamenti. L'obiettivo finale non è l'obbedienza. L'obiettivo è l'autonomia.Nel suo intervento emerge anche un altro tema centrale: la regolazione emotiva dell'adulto. Quanto conta, nella gestione dei comportamenti problema, la capacità dell'insegnante di riconoscere e contenere le proprie emozioni? E come si può lavorare, a livello di team docente, sulla costruzione di una cultura meno reattiva e più riflessiva?Esiste una frase che ripeto spesso durante i corsi di formazione: «Un adulto disregolato non può aiutare un bambino a regolarsi».La nostra capacità di gestire i comportamenti problema dipende profondamente dalla nostra capacità di gestire noi stessi. Quando ci sentiamo minacciati, frustrati o impotenti, il nostro cervello tende a reagire in modo automatico.Alzare la voce, irrigidirsi, entrare nello scontro sono reazioni umane e comprensibili. Tuttavia, proprio nei momenti più difficili, lo studente ha bisogno di trovare davanti a sé un adulto che rappresenti una base sicura.Per questo la formazione degli insegnanti non dovrebbe riguardare soltanto metodologie e strategie operative, ma anche competenze di consapevolezza emotiva, riflessione professionale e lavoro di équipe.Le scuole che riescono a costruire una cultura condivisa della regolazione sono quelle in cui gli adulti si confrontano, analizzano insieme le situazioni critiche, evitano letture colpevolizzanti e sviluppano linguaggi comuni.La domanda più utile che un team docente può porsi non è: «Come facciamo a far smettere questo comportamento?», ma: «Che cosa possiamo fare, insieme, per aiutare questa persona a stare meglio e ad apprendere meglio?».È in questo passaggio che nasce la vera educazione inclusiva.Trovo che questa intestazione sia più elegante e valorizzi maggiormente il libro, lasciando emergere i contenuti dall'intervista stessa anziché da un titolo a effetto.