Intervista esclusiva a Daniela Falconi Presidente ANCI Sardegna e Sindaca di Fonni
Dalle parole ai fatti: il ruolo dei Comuni nel nuovo patto tra istituzioni e Terzo Settore
Il Seminario regionale FQTS Sardegna ha evidenziato una convinzione condivisa: il futuro delle comunità passa dalla capacità di costruire nuove alleanze tra istituzioni, Terzo Settore e cittadini. In questo percorso i Comuni rappresentano il primo livello di governo chiamato a tradurre i principi della partecipazione e della coprogettazione in politiche concrete, soprattutto nei territori più fragili, dove spopolamento, invecchiamento e carenza di servizi rischiano di compromettere la qualità della vita delle comunità.
Ne parliamo con Daniela Falconi, Presidente di ANCI Sardegna e Sindaca di Fonni, che ha preso parte alla giornata conclusiva del Seminario dedicata al dialogo tra Terzo Settore e istituzioni.
Nel corso del seminario è emersa con forza la necessità di un cambio di paradigma: superare la logica dei bandi e delle emergenze per costruire un rapporto stabile fondato sulla fiducia e sulla coprogettazione. Dal punto di vista dei Comuni, questo cambiamento è davvero possibile? E cosa serve perché il Terzo Settore diventi un partner strategico nella programmazione delle politiche locali?
È possibile, ma richiede un cambiamento culturale prima ancora che amministrativo. Per troppo tempo il rapporto tra istituzioni e Terzo Settore è stato costruito su uno schema molto semplice: l’ente pubblico decide, pubblica un bando, finanzia un progetto e il Terzo Settore realizza. La coprogettazione cambia radicalmente questa impostazione, perché significa leggere insieme i bisogni, definire insieme le priorità e costruire insieme le risposte.
Per farlo, però, dobbiamo superare la logica dell’emergenza e dei progetti a scadenza. Non si costruisce fiducia se ogni relazione ricomincia da zero con il bando successivo. Servono continuità, competenze negli enti locali, capacità di programmazione e luoghi stabili di confronto.
I Comuni, da questo punto di vista, possono avere un ruolo decisivo perché sono l’istituzione più vicina alle persone. Spesso conoscono una fragilità prima ancora che diventi una pratica amministrativa. E il Terzo Settore possiede una conoscenza altrettanto profonda delle comunità. Io li considero, per questo, due grandi antenne sociali dei territori. Il salto di qualità consiste nel fare in modo che non lavorino più parallelamente, incontrandosi soltanto su un finanziamento o su una convenzione, ma che concorrano stabilmente alla costruzione delle politiche pubbliche.
Con una precisazione per me fondamentale: collaborazione non significa deresponsabilizzazione del pubblico. Il Terzo Settore non può essere chiamato a coprire i vuoti lasciati dalle istituzioni o a sostituire servizi essenziali che devono restare una responsabilità pubblica.
Molti piccoli Comuni della Sardegna affrontano quotidianamente le conseguenze dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione e della riduzione dei servizi essenziali. Quale contributo possono offrire le amministrazioni locali, insieme al Terzo Settore, per invertire questa tendenza e restituire prospettive alle aree interne?
Credo che il primo passo sia cambiare la diagnosi. Per anni abbiamo trattato lo spopolamento come un problema prevalentemente demografico. Io penso invece che lo spopolamento non sia la malattia, ma il sintomo: il risultato finale di una progressiva perdita di diritti, servizi, opportunità, relazioni e fiducia.
Se questa è la diagnosi, allora non possiamo pensare di invertire la tendenza soltanto con incentivi economici, bonus o misure episodiche. Le persone restano, tornano o scelgono un territorio se possono costruirvi un progetto di vita: se trovano una casa, un lavoro, una scuola, un medico, una mobilità possibile, occasioni culturali, relazioni sociali e la possibilità concreta di partecipare alla vita della comunità.
Qui Comuni e Terzo Settore possono fare moltissimo insieme, perché nelle aree interne una cooperativa sociale, un’associazione culturale, una rete di volontariato, una società sportiva o un presidio comunitario non rappresentano semplicemente un servizio in più: spesso sono parte dell’infrastruttura sociale che tiene viva una comunità.
Ma dobbiamo stare attenti a un equivoco. Non possiamo chiedere alle comunità di essere “resilienti” all’infinito mentre arretrano sanità, trasporti, scuola e servizi pubblici. E non possiamo pensare che il volontariato sostituisca ciò che lo Stato o la Regione non garantiscono più. La vera alleanza consiste nel mettere insieme responsabilità pubblica, conoscenza dei territori e capacità sociale di costruire relazioni.
Per questo continuo a dire che non difendo i piccoli Comuni per nostalgia e non immagino una battaglia dei paesi contro le città. Difendo un’idea di Sardegna nella quale aree interne, città medie, grandi centri e territori costieri siano complementari. Abitare in un luogo non può determinare la quantità e la qualità dei diritti di cui una persona dispone. È questa, per me, la vera questione politica.
Durante il confronto conclusivo si è parlato di corresponsabilità e dell’esigenza che ogni rappresentante, istituzionale e associativo, dia piena attuazione al mandato ricevuto. Quale impegno concreto si sente di assumere, come Presidente di ANCI Sardegna, per rafforzare il dialogo tra i Comuni e il Terzo Settore e favorire un modello di governance più partecipato e vicino ai bisogni delle comunità?
L’impegno che sento di assumere, come Presidente di ANCI Sardegna, è innanzitutto quello di contribuire a rendere questo confronto sempre più concreto e meno episodico. ANCI può e deve favorire il dialogo tra i Comuni e il Terzo Settore, valorizzando le esperienze che già esistono nei territori e aiutando soprattutto le amministrazioni più piccole a utilizzare realmente gli strumenti della coprogrammazione e della coprogettazione.
Perché c’è anche un problema molto concreto di capacità amministrativa. Non basta affermare un principio o prevedere uno strumento nella normativa: bisogna mettere i Comuni nelle condizioni di utilizzarlo. Un piccolo ente con pochi dipendenti, spesso già impegnati a gestire emergenze e adempimenti quotidiani, ha bisogno di competenze, formazione e supporto per costruire percorsi autentici di amministrazione condivisa.
Ma credo che il punto più importante sia portare questa cultura dentro le grandi scelte di programmazione. E penso, in particolare, al sistema delle politiche sociali e ai PLUS, sui quali ritengo ormai necessario aprire una riflessione profonda. Dopo anni di esperienza, dobbiamo chiederci se l’attuale modello di governance sia ancora pienamente adeguato ai cambiamenti sociali che attraversano la Sardegna, alle nuove povertà, all’invecchiamento della popolazione, alla solitudine, alla disabilità, ai bisogni delle famiglie e alle profonde differenze territoriali.
La riforma dei PLUS, a mio avviso, può diventare uno dei luoghi concreti nei quali sperimentare una governance più partecipata, capace di mettere in relazione Comuni, ambiti territoriali, servizi sanitari, Terzo Settore e comunità. Non per confondere ruoli e responsabilità, ma per costruire politiche a partire da una lettura condivisa dei bisogni reali delle persone.
Come ANCI Sardegna credo che possiamo contribuire proprio a questo: portare la voce e l’esperienza dei Comuni, favorire il confronto con il Terzo Settore e fare in modo che le riforme non vengano costruite soltanto dall’alto, ma tengano conto di ciò che ogni giorno accade nei territori.
Perché la corresponsabilità, se vogliamo che questa parola abbia un significato concreto, non richiede necessariamente nuovi organismi o nuovi tavoli. Richiede prima di tutto un metodo diverso: ascoltarsi prima delle decisioni, riconoscere le competenze reciproche e costruire politiche pubbliche più vicine alla vita reale delle comunità.