La violenza entra in classe. La scuola non può voltarsi
Bullismo, aggressioni e cyberbullismo colpiscono una parte enorme degli adolescenti
Bullismo, aggressioni e cyberbullismo colpiscono una parte enorme degli adolescenti. Dietro la rabbia ci sono isolamento, paura e pressione sociale: servono adulti credibili, ascolto e interventi tempestivi.
La violenza a scuola non è una “ragazzata”. È un sistema di potere che umilia, isola e costringe chi lo subisce a vivere nella paura. Può avere la forma di un insulto ripetuto, di uno spintone, dell’esclusione da una chat o della diffusione di un’immagine senza consenso. Cambia il mezzo, non l’effetto: la vittima perde sicurezza, libertà e fiducia negli altri.
I dati riportati nella relazione descrivono un’emergenza quotidiana: il 68,5% dei giovani tra gli 11 e i 19 anni ha vissuto almeno un episodio aggressivo, offensivo o di emarginazione nell’arco di un anno. Il 21% subisce prevaricazioni più volte al mese; l’8% ogni settimana. Le offese verbali raggiungono il 55,7% degli studenti, l’esclusione sociale il 43%, mentre il 34% dei giovanissimi dichiara di aver subito vessazioni online. Numeri che impediscono di parlare di casi isolati.
Ma punire il singolo episodio non basta. Dietro molte esplosioni di rabbia si incontrano il terrore di fallire, la solitudine, l’incapacità di dare un nome alle emozioni e il bisogno di essere visti. Quando la vulnerabilità viene considerata una vergogna, il cinismo e l’aggressività diventano una corazza. Per questo la prevenzione deve agire prima della violenza, nei linguaggi, nelle relazioni e nelle regole condivise.
La scuola può però spezzare questa catena. Servono alfabetizzazione emotiva e digitale, sportelli d’ascolto accessibili, protocolli rapidi e una reale corresponsabilità con le famiglie. Il docente referente per bullismo e cyberbullismo deve coordinare segnalazioni, formazione e raccordo con i servizi. Nei casi digitali, la rimozione dei contenuti e la tutela della vittima non possono aspettare.
Decisiva è anche la Peer Education: studenti formati possono avvicinare i coetanei con un linguaggio credibile, intercettare l’isolamento e facilitare la richiesta d’aiuto. Accanto ai progetti strutturati contano i gesti quotidiani: fermare subito la derisione, insegnare a gestire il conflitto, proteggere chi parla e mostrare che ammettere una fragilità non significa perdere autorevolezza.
La scuola non può limitarsi a registrare la violenza dopo che è accaduta. Deve diventare il luogo in cui la paura trova parole, la rabbia incontra confini e nessun ragazzo è costretto a scegliere tra il silenzio e la sopraffazione.