L'evaporazione degli adulti. Se la comunicazione cancella i ruoli educativi

Adulti-amici, ragazzi orfani di limiti. Quando la simmetria comunicativa cancella i ruoli, l'educazione abdica.

13 giugno 2026 19:50
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di Roberto Coni - Pedagogista

Qualche giorno fa, durante un'attività a scuola, ho posto una domanda diretta ai ragazzi: «chi è per voi l’adulto oggi?».

Le risposte, oltre a far emergere una profonda fatica nel definire questa figura, hanno confermato un fenomeno evidente: i ragazzi faticano a tracciare i confini dell'adultità perché, semplicemente, gli adulti comunicano ormai sul loro stesso identico livello. Si è persa quella sana e necessaria asimmetria nella comunicazione che costituisce l'ossigeno di ogni dinamica educativa. Quando la relazione diventa del tutto paritaria e simmetrica, crolla inevitabilmente la funzione di guida.

La confusione generazionale e il mito dell'adulto "amico".

Siamo costantemente sommersi da cronache e analisi sull'ennesima "emergenza adolescenti". Mappiamo le loro ansie, i blocchi emotivi, le fragilità giovanili e la dipendenza digitale. Eppure, in questo dibattito, c'è un enorme rimosso: la crisi speculare del mondo adulto.

Il confine tra le generazioni si è sbiadito nelle abitudini più quotidiane. Assistiamo a una sorta di cortocircuito visivo e comportamentale: genitori e figli vestiti allo stesso modo, codici linguistici mutuati dai social e abusati dagli adulti, dinamiche di competizione estetica o digitale tra madri e figlie.

Ci troviamo di fronte a una generazione di adulti intrappolata in un’adolescenza di ritorno, ossessionata dal disperato bisogno di essere "amica" dei ragazzi, di essere accettata a tutti i costi o di risultare socialmente e visivamente attraente.

Ma la comunicazione educativa richiede, per sua natura, un dislivello. Se si cancella la differenza di ruolo nel nome di una falsa complicità, si cancella il punto di riferimento di cui i ragazzi hanno un disperato bisogno.

Che cosa significa "diventare adulti"?

Mentre i manuali di sociologia e pedagogia descrivono minuziosamente ogni singola fase dell'infanzia e dell'adolescenza, oggi facciamo un’immensa fatica a definire l'età adulta. In passato la transizione era sancita da tappe sociali ed economiche rigide e chiare. Saltati quei riti di passaggio, è saltato il confine interno.

L’adultità, tuttavia, non è un dato anagrafico o una posizione contrattuale; è una struttura psicologica ed educativa ben precisa, che si fonda su tre pilastri:

La tolleranza del limite: saper accogliere la frustrazione di un fallimento o di un "no" della realtà senza che questo distrugga la propria identità.

L'autonomia emotiva: smettere di cercare la convalida, il plauso o lo specchio costante negli altri (e oggi, nei social) per confermare il proprio valore.

La capacità di cura: Essere abbastanza strutturati da poter spostare l'attenzione da se stessi per fare spazio alla protezione e alla responsabilità della crescita di qualcun altro.

Ragazzi soli in cerca di un argine

L’adolescenza è, per definizione, l’età della metamorfosi e dell’incertezza. In questo mare aperto, i ragazzi non cercano cinquantenni fuori tempo massimo con cui fare serata, né coetanei speculari a cui dover fare, paradossalmente, da genitori.

I giovani cercano un polo dialettico. Cercano un limite solido, un'asimmetria autorevole contro cui scontrarsi per capire chi sono, cosa vogliono e fin dove possono spingersi. Se chi dovrebbe fare da argine e garantire sicurezza emotiva si comporta e comunica come un loro pari, l'educazione abdica al suo compito fondamentale.

Quando camuffiamo la nostra incapacità di prenderci la responsabilità di un "no" difficile spacciandola per "educazione all'autonomia", non stiamo rendendo liberi i ragazzi: li stiamo solo abbandonando alla loro solitudine.

Prima di pretendere che gli adolescenti facciano gli adulti precoci in una società iper-performativa, forse è il caso che ricominciamo a fare gli adulti noi.

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