Milano, evento politico sul tema immigrazione, palco affollato e parole che non lasciano molto spazio alle interpretazioni
Perché qui il punto non è la libertà di parola. È l’opportunità politica. E soprattutto il messaggio implicito
Il ministro dell’Istruzione interviene in un contesto dove il lessico non è quello della scuola, ma quello della contrapposizione politica più netta: confini, presenza, identità, appartenenza. Tutto legittimo nel dibattito pubblico. Molto meno lineare quando a parlare è chi dovrebbe rappresentare — per definizione istituzionale — l’intero sistema educativo del Paese.
Perché qui il punto non è la libertà di parola. È l’opportunità politica. E soprattutto il messaggio implicito.
Un ministro che dovrebbe essere riferimento per insegnanti, dirigenti e studenti entra in uno spazio dove la scuola non è protagonista, ma sfondo. E dove il linguaggio tende inevitabilmente a polarizzare.
E allora la domanda si fa semplice, quasi brutale: è questo il ruolo che si immagina per chi guida l’istruzione pubblica? Partecipare a eventi dove il confine tra analisi politica e slogan è sottile?
Oggi il dibattito è sugli stranieri. Domani su chi? Perché il meccanismo è sempre lo stesso: cambiare definizioni, spostare categorie, riformulare problemi. “Immigrati”, “seconde generazioni”, “inclusione”, “sostegno”. Etichette che si aggiornano più velocemente delle soluzioni.
Intanto la scuola resta lì, con le sue fragilità strutturali, i suoi docenti sotto pressione, e un sistema che chiede meno parole d’ordine e più interventi concreti.
Il resto è cornice. E la cornice, da sola, non insegna nulla.
Marco Macri
Genova inclusiva