Referendum Giustizia 2026: fondamenti e lacune della riforma
Le ragioni del sì e del no e la mobilitazione cittadina contro la “fretta” del Governo
Il 22 e 23 Marzo 2026, date proposte dal CdM nel comunicato stampa n. 155 del 12 Gennaio, gli Italiani saranno probabilmente chiamati a votare a favore o contro la separazione delle carriere di giudici e Pubblici Ministeri. Trattandosi di una modifica costituzionale e non dell’abrogazione di leggi, il referendum sarà di tipo confermativo: non dovrà essere raggiunto un quorum di validità, che il caso di referendum abrogativo è del 50%+1 degli aventi diritto, pertanto le modifiche saranno approvate nel caso in cui la maggioranza dei votanti avrà espresso il suo assenso.
Oggetto della proposta referendaria approvata dal parlamento lo scorso ottobre sono ben sette articoli della seconda parte del testo della Costituzione: l’art. 88, 101, 104, 105, 106, 107 e 110, le cui integrazioni sono consultabili sulla pagina della Gazzetta Ufficiale, in quanto approvate dal Parlamento.
Sintetizzando, la magistratura è attualmente un organo unitario, di cui entrano a far parte tramite concorso pubblico sia magistrati con funzione giudicante che requirente, con la possibilità (quasi mai verificata) di cambiare carriera, ma solo una volta entro i primi 10 anni di servizio. In caso di illeciti professionali, come uso improprio del ruolo o ritardi ingiustificati nello svolgimento del proprio lavoro, vengono giudicati dal CSM, ossia il Consiglio Superiore della Magistratura, costituito dal Presidente della Repubblica, Primo Presidente e Procuratore Generale della Corte di Cassazione, 20 membri “togati”, cioè magistrati di entrambe le carriere eletti internamente, e 10 “laici”, cioè professori universitari e avvocati dopo il 15esimo anno di servizio, eletti invece dal Parlamento in seduta comune. Cosa cambierebbe se vincessero i voti a favore della riforma?
Si formerebbero due CSM separati, uno per i giudici e l’altro per i PM, ponendo le carriere su due rette parallele già dall’inizio della professione, ed entrambe le magistrature verrebbero giuridicamente disciplinate da un nuovo organo istituzionale, la c.d. “Alta Corte Disciplinare”, il cui obbiettivo è garantire maggior imparzialità nei giudizi, lasciando nelle mani dei CSM ruolo prettamente amministrativo. Questa inedita istituzione verrebbe a comporsi di quindici giudici: tre eletti dal PdR tra professori universitari di materie giuridiche e avvocati che esercitano la professione da almeno vent’anni, tre coi medesimi requisiti estratti però dal Parlamento in seduta comune, sei magistrati giudicanti e tre magistrati requirenti estratti invece internamente; la carica, analogamente ai membri dei CSM, durerà 4 anni senza possibilità di rinnovo.
Una volta fatte le dovute precisazioni sulla materia vertente il quesito referendario, è opportuno comprendere naturalmente le motivazioni a favore e contro la sua approvazione, così da arrivare alle urne senza incertezze. Le istanze della maggioranza proponente sono quelle di garantire alle due cariche di lavorare senza influenze reciproche e, attraverso l’Alta Corte, evitare giudizi inter pares che possano essere troppo morbidi o troppo drastici a causa di simpatie e antipatie interne; il tutto per preservare l’imparzialità e l’autorità, valori cardine della magistratura fin dal ’48. Dall’altra parte, l’opposizione teme che tali provvedimenti possano non solo portare ad indebolire le prerogative della giurisdizione, ma soprattutto esporre rischiosamente i PM all’influenza della politica, rendendola ancor più “intoccabile”; inoltre stipendiare un secondo CSM e la nuova ACD costerebbe allo stato almeno 72 milioni annui in più, che ovviamente verrebbero ricavati dai tributi.
Tuttavia, le ultime ore hanno portato al raggiungimento del quorum di 500mila cittadini per l’iniziativa di legge popolare, ponendo adesso la proposta in conflitto d’attribuzione e dunque incerta la data ufficializzata dal ministro Nordio; l’immediata mobilitazione cittadina nasce dal mancato rispetto del governo dei tempi d’attesa, sempre stati di 3 mesi, tra la pubblicazione della modifica sulla Gazzetta Ufficiale e la proposta di calendarizzazione della chiamata alle urne, riducendo la possibilità di informarsi adeguatamente in materia. Resta ancora incerta la possibilità di voto fuorisede, applicata con successo per il Referendum abrogativo dello scorso giugno ma non attualmente prevista per il prossimo, con la conseguente delusione dei comitati promotori. Si può dunque dire che le prossime settimane saranno cruciali per comprendere quando si voterà, chi potrà farlo e quale sarà il testo definitivo presentato sulle schede: non resta altro che attendere aggiornamenti in materia.