Supplenze con titolo falso: la Corte dei Conti condanna alla restituzione del 60% degli stipendi percepiti

Una recente sentenza della Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per il Piemonte, ha portato all’attenzione pubblica un caso di falsificazione di titoli scolastici. Il provvedimento, emesso nel set...

A cura di Redazione Redazione
02 novembre 2024 06:59
Supplenze con titolo falso: la Corte dei Conti condanna alla restituzione del 60% degli stipendi percepiti -
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Una recente sentenza della Corte dei Conti, sezione giurisdizionale per il Piemonte, ha portato all’attenzione pubblica un caso di falsificazione di titoli scolastici. Il provvedimento, emesso nel settembre 2024, ha stabilito che un collaboratore scolastico, il quale aveva dichiarato un titolo di studio falso per ottenere incarichi di supplenza, è ora obbligato a restituire una significativa porzione dello stipendio percepito in modo indebito. La vicenda evidenzia l’importanza della trasparenza e della correttezza nelle dichiarazioni presentate per accedere a incarichi pubblici, soprattutto in ambito scolastico.

L’uso di un diploma falso per l’accesso alle graduatorie

Il caso riguarda un collaboratore scolastico identificato come L.F., il quale, per inserirsi nelle graduatorie di terza fascia del personale ATA della provincia di Asti, aveva presentato un diploma professionale di “Operatore dei servizi di ristorazione” con il punteggio massimo di 100/100, dichiarando di averlo conseguito presso l’Istituto “Passarelli” di San Marco di Castellabate. Le indagini, tuttavia, hanno rivelato che il documento era falso: il numero di serie del diploma coincideva con quello di un titolo autentico, assegnato a un altro studente presso un diverso istituto. Le verifiche hanno inoltre svelato che gli esami straordinari per il conseguimento del diploma non si erano mai svolti nell’anno e nella modalità dichiarati.

L’intervento della Procura e la decisione della Corte dei Conti

La Procura ha avviato un’inchiesta su segnalazione di vari istituti scolastici, sospettando che L.F. avesse ottenuto la sua posizione sfruttando un titolo fasullo. In sede di udienza, la difesa ha tentato di sostenere che il convenuto non fosse consapevole della falsità del diploma, e che, in ogni caso, avesse svolto regolarmente le mansioni richieste, fornendo così un’utilità concreta all’amministrazione scolastica. Tuttavia, la Corte dei Conti ha respinto questi argomenti, sostenendo che il convenuto fosse ben consapevole della non autenticità del titolo presentato.

La quantificazione del danno erariale e la sentenza

Nella valutazione del danno erariale, la Corte ha stabilito che l’ammontare totale delle somme percepite da L.F. come stipendio era di 29.446,49 euro. Tuttavia, considerato che il convenuto ha svolto mansioni semplici di collaboratore scolastico, la Corte ha optato per una riduzione della somma da restituire, riconoscendo una parziale utilità della prestazione resa. Il risarcimento è stato quindi ridotto al 60% del totale, portando l’importo dovuto a 17.667,00 euro, più interessi e spese di giudizio.

Implicazioni della sentenza

La sentenza della Corte dei Conti rappresenta un monito severo contro l’utilizzo di documentazione falsa per accedere a incarichi nel pubblico impiego. Questo caso sottolinea l’importanza di verifiche rigorose sui titoli di studio presentati dai candidati, per tutelare la qualità del servizio pubblico e garantire il corretto impiego delle risorse statali. Nonostante la difesa abbia cercato di ridurre il risarcimento invocando il principio di utilitas – secondo cui, anche se priva dei requisiti formali, la prestazione svolta sarebbe stata di qualche utilità per l’amministrazione – la Corte ha chiarito che, in casi di dichiarazioni mendaci, la responsabilità contabile rimane, pur con un’attenuazione proporzionata alla tipologia delle mansioni svolte.

La decisione bilancia l’esigenza di tutelare l’interesse pubblico con il riconoscimento, seppur parziale, del lavoro effettivamente svolto. Il danno arrecato all’amministrazione viene compensato, pur considerando parzialmente la prestazione lavorativa resa perché ottenuta in modo non conforme alla legge.

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