Valditara come il Gatto e la Volpe

Per parte mia, e non per il gusto cinico di voler guastare a tutti i costi l’atmosfera di festa del «primo giorno di scuola», devo dire che questa rinfrescata delle “nuove” Indicazioni nazionali

14 settembre 2026 13:37
Valditara come il Gatto e la Volpe -
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Il nuovo anno scolastico è appena iniziato, a ranghi sparsi, da regione a regione, ma già i corifei governativi annunciano ai quattro venti le (presunte) magnifiche sorti e progressive delle “nuove” Indicazioni nazionali, come autentico toccasana di una scuola, quella italiana, dapprima, in agonia, ma che, miracolosamente, con l’arrivo al Ministero dell’Istruzione (immediatamente rinominato  «Ministero dell’Istruzione e del Merito») di Giuseppe Valditara, giurista di formazione e leghista per sentire politico, la scuola italiana sarebbe rinata, proprio come la mitica fenice.

Per parte mia, e non per il gusto cinico di voler guastare a tutti i costi l’atmosfera di festa del «primo giorno di scuola», devo dire che questa rinfrescata delle “nuove” Indicazioni nazionali (che nuove non sono) non mi convince affatto, perché essa aggiunge a vecchie contraddizioni altre (queste sì, tutte partorite di fresco). L’elenco sarebbe troppo lungo, e noioso; pertanto, mi concentrerò soltanto su di una di queste “vecchie” contraddizioni: precisamente, sulla così detta «alternanza scuola lavoro», oggi nota con l’acronimo PCTO, che, anziché scomparire, in quanto fallimentare, sotto tutti i profili (sia educativi, che “aziendali”), viene invece potenziata (ed esaltata). Il pasticcio dell’alternanza tra scuola e lavoro non è una invenzione di Valditara, va precisato: esso viene dal passato (in particolare, dal Governo Berlusconi II, con la Riforma Moratti, introdotta in modalità volontaria, Legge 53/2003, poi Decreto legislativo 77/2005; e dal Governo Renzi, Legge 107/2015, che la rese obbligatoria, all’interno del piano di riforma detto «Buona Scuola»). Chi scrive, ovviamente, anche in passato ha (ripetutamente, e in diverse sedi) criticato questo autentico imbroglio giuridico-educativo, visto che l’alternanza scuola lavoro non è scuola, e non è lavoro (per altro, nel 2022, si sono verificati ben due incidenti mortali, proprio nell’ambito di esperienze di alternanza scuola lavoro).

Adesso, riapro la questione, a inizio d’anno, suggerendo al ministro Valditara (e ai suoi stretti collaborati) la lettura (o la ri-lettura) delle Avventure di un burattino, le storie di Pinocchio, di Carlo Collodi, visto che il 24 novembre prossimo si celebreranno i duecento anni della nascita di Carlo Lorenzini, (alias Collodi). Lettura illuminante, anche sotto il profilo del rapporto che un ragazzo (una ragazza) deve avere e con la scuola, e con il lavoro. Quel «legno storto», che è Pinocchio, fugge dal mondo degli adulti (padri, maestri, lavoratori, fatine), che cercano, con la proposta di sacrifici e di duro impegno, di far diventare i burattini, appunto, bravi uomini, adulti responsabili, e lavoratori. Pinocchio non vuole andare a scuola, e non vuole lavorare, e, quindi, scappa. Sarà sulla strada, infatti, che Pinocchio apprenderà il mestiere di vivere (non a scuola, che non sente attrattiva, e che, al contrario, vede come un imbroglio). Pinocchio, che non vuol essere il «giocattolo» di Geppetto, scappa di casa, corre, senza più fermarsi. Egli è il prototipo dell’adolescente, che rifiuta, e che scappa (scappa da Geppetto e dalla Fatina), scappa da quell’idea di posto che gli adulti hanno pensato per lui. Geppetto lavora, certo, è falegname, ma è maledettamente povero (la casa di Geppetto è l’immagine della povertà assoluta, con il fuoco e con la pentola disegnati sul muro!), tant’è vero che Pinocchio alla domanda di Mangiafuoco sul mestiere del proprio genitore, risponderà con disarmante ingenuità, che fa «il povero». Pinocchio non vuol lavorare, perché sa che il lavoro non ti libera dalla povertà (né dalla fame: Pinocchio, infatti, corre continuamente in cerca di cibo, che, spesso, non trova). Del resto, Collodi, in un altro racconto, Il ragazzo di strada, scritto, grossomodo, negli stessi anni di Pinocchio, dirà che Dio stesso, a ben guardare, ha lavorato solo per sei giorni, e poi basta, nulla più (son millenni, infatti, che Dio riposa!). Collodi, con la storia di Pinocchio, in quell’Italia bambina, vuol dire la sua anche sul versante educativo (e della nascente scuola nazionale), e cioè: i ragazzi, le ragazze devono star lontani dal denaro e dal lavoro. Quando gli adulti propongono loro denaro (Mangiafuoco), o lavoro (Geppetto e Fatina), devono scappar via, devono correre, e non fermarsi.

Altro che PCTO come addestramento al lavoro. Esperienza nefasta, che non è né scuola, e nemmeno lavoro. A cosa dovrebbero abituarsi le nostre studentesse e i nostri studenti? Al lavoro mal pagato, anzi, al lavoro non pagato, allo sfruttamento, alle molestie, alla morte sul lavoro? Centinaia e centinaia sono, oramai, le testimonianze, che provengono da tutta Italia, di “stagioni estive” fatte in questo o in quel villaggio turistico, in questa o in quell’azienda, in questo o in quello studio professionale, come stage, o come alternanza scuola lavoro, o come PCTO, tutte, tristemente, non pagate, non retribuite. Storie di ordinario sfruttamento (istituzionalizzato). La logica economica del lavoro (e dello sfruttamento) entra, in questo modo subdolo, troppo presto nella vita dei nostri adolescenti. Oltretutto, la logica del «do ut des», che è la logica degli adulti, inquina, agli occhi delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, la buona norma educativa che le azioni «buone e giuste» vanno fatte perché sono, appunto, buone e giuste (non per scambio economico). La relazione tra genitori e figli, come quella tra insegnante e alunno, non può (non deve) essere regolata dallo scambio economico, dalla logica mercantile del «do ut des», dell’interesse.

I guai di Pinocchio iniziano proprio con il denaro: Geppetto ha scambiato la sua vecchia e lisa casacca (al monte dei pegni) per pochi soldi, con i quali ha acquistato l’Abecedario. E Pinocchio cosa fa? Scambia, a sua volta, l’Abecedario (per quattro soldi) con il biglietto d’ingresso per il «gran teatro dei burattini». La logica mercantile lo ha già conquistato. L’abuso economico, se così si può dire, prosegue, nella storia, con il successivo capitolo delle cinque monete d’oro, che Mangiafuoco regala a Pinocchio, e che, nella conversazione con il Gatto e la Volpe, diventeranno cinque «zecchini» d’oro, non più semplici monete d’oro, ma «zecchini» (e sarebbe interessante chiedersi, didatticamente interessante, perché Collodi, toscano, scrive «zecchini», e non «fiorini», visto che lo zecchino di pari valore del fiorino, veniva battuto dalla zecca di Venezia, e il fiorino d’oro, invece, dalla zecca di Firenze). L’esibizione del possesso di quelle cinque monete d’oro, che l’ingenuo Pinocchio fa, lo espone, pericolosamente, al raggiro del Gatto e della Volpe, i quali lo convinceranno che esista un “investimento” sicuro, rapido, miracoloso, esattamente come le tante strabilianti offerte truffaldine odierne (della banca, o della finanziaria di turno). Cinque monete d’oro, nelle mani di un ragazzetto, son tante, son troppe. Il rischio è così alto che Collodi, nella prima versione del suo Pinocchio farà morire il burattino (impiccato dal Gatto e dalla Volpe), chiudendo la storia al capitolo XV.

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