Dalla “presa in carico” alla “presa di parola”: la nuova frontiera dell’inclusione scolastica
Dal confronto di Quartu al PEI su base ICF: la sfida è rendere lo studente protagonista del proprio progetto di vita
Dare voce allo studente, trasformare la progettazione educativa in un percorso condiviso, superare definitivamente una visione assistenziale dell’inclusione: sono questi i temi al centro del dibattito che oggi attraversa la scuola italiana. Un dibattito che trova un punto di sintesi nella riflessione proposta dalla prof.ssa Maddalena Giocondo, docente di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado, e che si intreccia con quanto emerso durante l’evento di sabato a Quartu Sant’Elena, tappa del “Scuola Grand Tour” del PSI. Nel corso dell’incontro – documentato nell’articolo – il confronto tra istituzioni, docenti e operatori ha messo in evidenza un nodo centrale: la necessità di passare da una scuola che “progetta per” a una scuola che “progetta con”, restituendo centralità alla persona e alla sua capacità di autodeterminarsi.
È in questo contesto che si inserisce la domanda posta dalla prof.ssa Giocondo al dott. Fabio Cocco, delegato dell’Ufficio Scolastico Regionale, che riportiamo integralmente:
Mi chiamo Maddalena Giocondo e sono una docente di sostegno della scuola secondaria di secondo grado e sto approfondendo proprio l'impatto operativo dell'ICF nella progettazione. Ho molto a cuore il dopo di noi e la dignità dello studente come persona. Considerando la centralità della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, come può la scuola bilanciare la personalizzazione degli obiettivi didattici con il diritto dello studente all’autodeterminazione? Esistono buone pratiche per integrare “la voce dello studente” nella stesura del PEI su base ICF, trasformando le sue potenzialità in un progetto di vita concreto che vada oltre il diploma?
La domanda che pone la prof.ssa Giocondo è strettamente collegata alle esigenze pratiche che stanno alla base dell’applicazione reale del PEI su base ICF e soprattutto all’attualità normativa. Ritengo che, preliminarmente, occorra chiarire che il D.lgs. 62/2024 si colloca al termine di un percorso che pone il nostro Paese in una dimensione che ha saputo trasformare l’inclusione da “problema” in “opportunità”, tanto da rendere l’Italia un modello forse unico al mondo: altri Paesi prendono l’Italia a esempio, anche attraverso esperienze di divulgazione mediatica. Per rispondere alla domanda della prof.ssa Giocondo, personalizzazione e autodeterminazione raffigurano due azioni ma anche due obiettivi che contraddistinguono la vita di ciascun individuo, con e senza disabilità. Possiamo dire che hanno un valore esistenziale, perché stanno alla base del processo di crescita della persona all’interno del percorso didattico ed educativo. Nel contesto scolastico, questo si traduce attraverso la valorizzazione dei luoghi “istituzionali” nei quali la progettazione del PEI prende forma: il GLO e il Consiglio di Classe, la cui efficacia è direttamente proporzionale alla consapevolezza delle diverse componenti coinvolte e alla loro capacità di agire in modo realmente inclusivo, ivi compresa la persona con disabilità e il suo contesto di vita. Certamente, le variabili da considerare sono numerose, a partire dall’età evolutiva e dalle caratteristiche ICF dello studente. Tuttavia, al netto di tali variabili, l’efficacia dell’azione orientata all’autodeterminazione e alla personalizzazione del percorso è strettamente legata alla struttura temporale della programmazione e alla chiarezza degli obiettivi. In definitiva, i percorsi di inclusione partono da come la scuola si pone rispetto a chi la vive: per lo studente in crescita, essa deve essere il molo di partenza del progetto di vita, ma anche il sestante capace di guidarlo verso l’oceano dell’esistenza. Lo scambio evidenzia con chiarezza il cuore della trasformazione in atto: personalizzazione e autodeterminazione non sono dimensioni in contrasto, ma elementi complementari di un’unica visione educativa.
Il collegamento con quanto emerso durante l’evento di Quartu è diretto. Se le politiche scolastiche devono nascere dall’ascolto dei territori, come sottolineato nel “Grand Tour”, allo stesso modo la progettazione educativa deve nascere dall’ascolto dello studente. È in questa continuità – dal livello sistemico a quello individuale – che si realizza il passaggio da una progettazione centrata sul bisogno a una centrata sulla persona. Le buone pratiche già presenti nelle scuole mostrano che questa direzione è possibile: strumenti di narrazione e autovalutazione, partecipazione dello studente al GLO, costruzione di percorsi orientati al dopo-diploma e integrazione con il territorio sono tutte azioni che rendono concreta la “voce dello studente”. In questo senso, il modello ICF rappresenta un’opportunità decisiva: non più una lettura della disabilità, ma una visione globale della persona. Tuttavia, senza partecipazione reale, anche il miglior modello rischia di rimanere formale. La sfida, dunque, è culturale prima ancora che normativa. La scuola inclusiva non è quella che si limita ad accogliere, ma quella che riconosce, ascolta e costruisce insieme. Perché l’inclusione, oggi, non può più essere solo “presa in carico”. Deve diventare, pienamente, “presa di parola”.
Ma l’evento ha offerto anche un altro elemento fondamentale di riflessione: il tema del dimensionamento scolastico, strettamente legato alla trasformazione del sistema educativo, soprattutto in territori fragili come la Sardegna.
Come evidenziato nella relazione del dott. Fabio Cocco (USR Sardegna), il sistema scolastico regionale è attraversato da un calo demografico significativo, con una riduzione del numero di studenti pari al -19% nell’ultimo decennio . Questo fenomeno si accompagna a una contrazione delle autonomie scolastiche (fino al -29%) e a una riorganizzazione dei plessi che, pur rimanendo numericamente stabili negli ultimi 7/8 anni (1330 circa) impongono una riflessione strutturale sul modello di scuola".
Non si tratta, quindi, solo di un’operazione amministrativa, ma di una vera ridefinizione del servizio educativo. Le prospettive illustrate prevedono, ad esempio, la creazione di poli scolastici intercomunali nelle aree interne, con integrazione di servizi educativi, trasporti e attività di aggregazione . Una visione che supera la logica della semplice razionalizzazione e punta a costruire un sistema più sostenibile e aderente ai territori.