Maturità 2026: la plenaria apre l’esame del futuro, ma i compensi sono rimasti al passato
SPID, Commissione Web e piattaforme digitali, l'Esame di Stato continua a essere appesantito da verbali cartacei, firme autografe e compensi fermi al 2007. Il contrasto tra innovazione tecnologica e burocrazia d'altri tempi pesa su docenti e presidenti
Con la riunione plenaria di oggi prende ufficialmente il via l’Esame di Stato 2026. Presidenti e commissari si ritrovano per gli adempimenti preliminari, tra verifiche documentali, insediamento delle commissioni e organizzazione dei lavori. Eppure, al di là del nome e di qualche ritocco organizzativo, la sensazione diffusa è che poco o nulla sia cambiato.
Anzi, il paradosso della maturità italiana appare oggi più evidente che mai: da una parte la scuola digitale, le piattaforme ministeriali, Commissione Web, la Piattaforma Unica, lo SPID e la digitalizzazione dei servizi; dall’altra una macchina burocratica che continua a vivere di verbali cartacei, firme autografe, registri, fascicoli, timbri e montagne di documentazione stampata.
È l'immagine di una scuola sospesa tra due epoche: la modernità tecnologica e una ritualità amministrativa che sembra provenire da un altro secolo.
La scuola digitale che ama la carta
Per accedere ai servizi ministeriali servono SPID o CIE. I commissari utilizzano Commissione Web per l'inserimento degli esiti e delle operazioni d'esame. Le segreterie scolastiche alimentano banche dati nazionali e piattaforme digitali sempre più sofisticate.
Eppure, quando si entra in una commissione d'esame, il tempo sembra fermarsi.
Verbali da stampare e firmare, registri cartacei, documenti da protocollare, fascicoli da conservare, atti da archiviare. Una stratificazione burocratica che negli anni si è semplicemente sommata agli strumenti digitali, senza sostituirli realmente.
Il risultato è una duplicazione degli adempimenti: digitale e cartaceo convivono, aumentando il carico di lavoro invece di semplificarlo.
Meno commissari, ma nessun riconoscimento economico
Tra le novità degli ultimi anni vi è stata la progressiva riduzione del numero dei componenti delle commissioni. Anche la riforma dell'esame ha consentito allo Stato di contenere la spesa complessiva destinata alle commissioni. Tuttavia i risparmi non si sono tradotti in un adeguamento dei compensi per presidenti e commissari.
I compensi attualmente in vigore sono infatti ancora quelli stabiliti dal Decreto Interministeriale del 24 maggio 2007. A quasi vent'anni di distanza, le cifre sono rimaste immutate: 1.249 euro lordi per il presidente di commissione, 911 euro per il commissario esterno e 399 euro per il commissario interno.
Una situazione che sindacati e associazioni professionali denunciano da tempo come non più sostenibile.
Vent'anni di inflazione cancellano il valore reale dei compensi
Il problema non è soltanto che gli importi siano fermi dal 2007. Il vero nodo è il potere d'acquisto.
In quasi vent'anni il costo della vita è cresciuto sensibilmente, con un'accelerazione particolarmente forte nel triennio successivo alla pandemia. Secondo stime basate sull'andamento dell'inflazione cumulata, la perdita di valore reale supera il 35%. Un compenso di 399 euro del 2007 dovrebbe oggi superare i 540 euro per mantenere lo stesso potere d'acquisto; analogamente gli attuali 911 euro spettanti ai commissari esterni dovrebbero avvicinarsi ai 1.250 euro.
A ciò si aggiunge la tassazione. I compensi sono infatti soggetti a prelievo fiscale e contributivo, con il risultato che gli importi netti percepiti risultano notevolmente inferiori alle somme nominali indicate nelle tabelle ministeriali.
Molti docenti si trovano così a dedicare settimane di lavoro aggiuntivo, comprese le attività preparatorie, le riunioni plenarie, le correzioni delle prove scritte e i colloqui orali, per un compenso che spesso appare sproporzionato rispetto all'impegno richiesto.
Il rito immutabile della maturità
La plenaria di oggi rappresenta quindi anche il simbolo di una contraddizione tutta italiana.
La scuola parla il linguaggio dell'innovazione, dell'intelligenza artificiale, della digitalizzazione e delle competenze del XXI secolo. Tuttavia l'organizzazione concreta dell'Esame di Stato continua a muoversi secondo schemi che ricordano una pubblica amministrazione del passato.
La maturità cambia nome, aggiorna piattaforme e procedure informatiche, ma conserva riti, adempimenti e compensi che sembrano essersi fermati al 2007.
Forse il vero esame da superare non riguarda gli studenti, ma la capacità del sistema scolastico di rendere coerenti innovazione tecnologica, semplificazione amministrativa e valorizzazione economica del lavoro di chi, ogni anno, garantisce il corretto svolgimento dell'esame più importante della scuola italiana.